Gioco d’azzardo, con la riforma della legge regionale vince solo il banco

Ormai è evidente: il superamento (ma sarebbe più giusto parlare di arretramento) della legge regionale contro il gioco d’azzardo patologico, la numero 9 del 2016, è una delle priorità dell’attuale maggioranza. Lo si legge nelle notizie di stampa (vedi per esempio Lo Spiffero e La Repubblica) e lo si capisce dal fatto che a tale scopo siano stati dedicati ben tre tentativi, due proposte di legge e un emendamento della Giunta alla legge di stabilità piemontese (il d.d.l. Omnibus) in poco più di un anno di legislatura. Di più: la modifica è urgente, come si legge nelle due proposte di legge, la numero 56 del 2019 e la numero 99 del 2020, entrambe contenenti una dichiarazione di urgenza del provvedimento.

Perché tutta questa fretta? Che cosa ci dicono le relazioni alle due proposte di legge? Niente. Le due relazioni, consultabili qui e qui sulla banca dati Arianna, si limitano alla funzione di sommario, accennando al contenuto di ciascun articolo senza spiegare né gli obiettivi della riforma né il suo carattere d’urgenza. Un utilizzo depotenziato di uno strumento che potrebbe permettere anche al cittadino di cogliere quantomeno lo spirito di fondo delle proposte normative; un confronto con le ultime proposte presenti nella banca dati e soprattutto con la proposta divenuta legge nel 2016 evidenzia come la relazione illustrativa contenga di norma un’introduzione contestualizzante e/o una breve esplicazione dell’articolato.

Le ragioni addotte a supporto di questo intervento sono comunque note e riguardano prima di tutto la tutela dell’occupazione nel settore, su cui la contrapposizione parte dai numeri: secondo l’istituto di ricerca privato Eurispes la legge del 2016 ha comportato la perdita di 5.200 posti di lavoro, un numero significativamente ridimensionato dall’Ires, istituto di ricerca del Piemonte, che richiamando i dati dell’Osservatorio regionale sul mercato del lavoro del Piemonte osserva un saldo nel complesso positivo per le tabaccherie e un «saldo negativo, ma in linea con il resto del mercato del lavoro» (pag. 6 del rapporto) per le sale da gioco, precisando che gli effetti sulle stesse si potranno valutare nei mesi seguenti, in quanto il triennio oggetto di rilevazione (2016-2018) è antecedente all’entrata in vigore della norma sul distanziamento per le sale.

Questo punto merita due considerazioni. La prima concerne un’importante differenza tra i due istituti: l’Ires è un ente pubblico strumentale della Regione Piemonte, mentre l’Eurispes è un ente privato che collabora con Gamenet S.p.A., una delle maggiori gaming company operanti in Italia, con cui ha creato la Fondazione Unigioco. Senza mettere in dubbio la professionalità di nessuno, in un caso di contrasto come questo riteniamo più sensato affidarsi ai dati Ires o quantomeno effettuare uno studio che chiarisca definitivamente di che numeri si sta parlando. Perché la Giunta e la maggioranza regionale ignorano un proprio ente che opera con metodo scientifico e in totale indipendenza? La seconda considerazione è nel merito: i promotori della modifica non si preoccupano dei costi di questa operazione e sono pronti a fare esplodere una bomba sociale e quindi anche economica in nome della protezione di un mercato dopato da anni di offerta martellante. È giusto tutelare i lavoratori del settore, ma è scorretto farlo sulla pelle dei più fragili. La legge piemontese tutela le fasce a rischio senza proibire il gioco, come dichiarato ingiustamente dai detrattori, ma allontanandolo dai luoghi della vita quotidiana.

È sempre l’Ires a dirci che se vi è stato un effetto sostituzione, «si è trattato di un fenomeno assai limitato» (pag. 22) e a negare evidenze dell’incoraggiamento al gioco illegale, come afferma chi giudica la legge 9 come proibizionista. Al contrario una maggiore diffusione del gioco rischia di creare sacche di sovraindebitamento in un momento già difficile dal punto di vista economico, facendo il gioco delle mafie e favorendo fenomeni usurari ed estorsivi. Oltre a questo non ci si deve dimenticare che le mafie investono ingenti capitali nell’economia legale con l’obiettivo di riciclare il denaro sporco e di impossessarsi più o meno direttamente di imprese sane, inquinandole: limitare la pervasività del settore non equivale necessariamente a favorire gli interessi della criminalità.

Ma veniamo alle proposte di modifica. La p.d.l. 56, così come l’emendamento della Giunta all’Omnibus, si proponeva di esentare dall’applicazione della legge 9/2016 gli apparecchi accesi prima dell’entrata in vigore della stessa, vanificando il carattere principale della norma, definito impropriamente ma efficacemente come “retroattività”: la legge regionale piemontese rappresenta infatti un unicum perché disciplina con concretezza il distanziamento, meno efficace se disposto solo per il futuro in un contesto già saturo di offerta.

La p.d.l. 99 va oltre, perché non solo vanifica il distanziamento, decorrente dall’entrata in vigore della legge (oltre che ridotto a 250 metri, contro i 300 o 500 metri a seconda della dimensione del comune della legge 9/2016), ma elimina anche altri aspetti dell’attuale normativa come il contingentamento degli orari di accensione delle slot affidato ai Comuni, che in caso di un intervento di tal genere rimarrebbero sprovvisti della copertura normativa regionale.

L’impressione è quella di una conferma del un ruolo regolatorio e pianificatore della Regione e contemporaneamente di rinuncia allo stesso: anche chi valuta negativamente l’attuale disciplina riconosce che la regione può e deve intervenire sull’offerta di gioco d’azzardo per tutelare la salute dei propri cittadini, salvo poi farlo senza efficacia, abdicando agli strumenti più incisivi.

L’impostazione è evidentemente differente da quella della legge regionale del 2016. Lo si comprende attraverso un confronto tra gli articoli 1 dei testi, entrambi dedicati alle finalità. La prevenzione e il contrasto del gioco d’azzardo in forma problematica o patologica (art. 1, lett. a, l.r. 9/2016) cederebbero il passo alla prevenzione e al contrasto delle dipendenze da gioco (art. 1, lett. a, p.d.l. 99/2020): se nel 2016 l’idea era quella di limitare il gioco d’azzardo al fine di prevenire la ludopatia o comunque il gioco in forma problematica, oggi l’impostazione sembra essere concentrata particolarmente sulla conseguenza patologica. Si vuole prevenire la ludopatia senza limitare le occasioni di cadervi.

Al netto di un’impostazione antitetica a quella attuale, la proposta numero 99 cerca di dare nuove risposte alle esigenze che hanno dato vita alla legge del 2016 o emerse nel dibattito successivo. Vediamone alcune per punti:

  • la limitazione dell’offerta: abbiamo già visto come questo sia l’elemento cardine della legge attualmente in vigore e come la p.d.l. intende mutarlo; un’ulteriore novità concerne la limitazione del numero di slot installabili a partire dal 2021 «negli esercizi aventi attività principale diversa dalla gestione, commercializzazione e/o somministrazione di giochi, comunque denominati, che prevedano vincite in denaro» (art. 7, comma 4). La norma, per quanto già scritto, ci sembra poco efficace, pur trovandoci d’accordo con uno dei suoi principi informatori: le slot sono un elemento accessorio rispetto all’attività principale di esercizi come bar e tabaccherie, che quindi non devono fare affidamento sull’azzardo per sostenersi;
  • il simbolo: con l’approvazione della proposta 99 diremmo addio al logo identificativo “Slot no grazie”, che non ha mai visto la luce, ma assisteremmo all’istituzione di una giornata dedicata al tema “contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo” presso tutti gli istituti scolastici e universitari. Ovviamente il logo e la giornata hanno natura e scopi differenti, ma rispondono entrambi alla necessità di un simbolo, utile nella misura in cui diventi effettivo. Ѐ poi inutile specificare che, nel contesto della riforma proposta, la giornata contro l’azzardo sarebbe meno che un palliativo;
  • azzardo e minorenni: nella proposta trova spazio anche un articolo, inutile e forse al di fuori delle competenze regionali, che ribadisce il divieto di gioco per i minori (art. 10);
  • usura: la Regione «promuove la formazione specifica degli operatori dei servizi di assistenza e di presa in carico delle persone affette da dipendenza dal gioco d’azzardo, nonché la collaborazione permanente di tali servizi con le associazioni e i centri antiusura per prevenire fenomeni di ricorso all’usura o sostenere chi ne è vittima» (art. 9, lett. b). Quella appena citata sembra una norma positiva, che potrebbe essere utile integrare alla legge 9/2016.

Vi sono certamente altri aspetti che per brevità non prendiamo in considerazione, tra cui la conferma del Piano integrato per il contrasto, la prevenzione e la riduzione del rischio della dipendenza dal gioco d’azzardo, che però giace inattuato, patologicointegrato anche perché l’elemento di fondo è rappresentato dall’abolizione del distanziometro per come lo conosciamo in Piemonte e per come vorremmo si diffondesse anche altrove. La Regione Piemonte rischia di fare un passo indietro clamoroso rispetto a un provvedimento votato all’unanimità quattro anni fa e che ha dimostrato a una prima analisi la sua efficacia. Una nuova esplosione dell’offerta di gioco rischia di danneggiare i più fragili, già colpiti dalla crisi attuale, e di generare gravi danni sociali ed economici a cui saranno difficilmente paragonabili i benefici in termini di occupazione.

Sembra proprio che a vincere sia solo il banco.

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