Ucciso per aver fatto il proprio dovere: la storia dell’avvocato Famà

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Venerdì 13 maggio la Camera Penale di Novara e Libera Novara hanno ricordato insieme la storia di Serafino Famà, ucciso dalla mafia nel novembre del 1995 a Catania. Grazie alla figlia Flavia e ai colleghi del foro catanese, abbiamo ripercorso la vita di Serafino Famà, stimato avvocato penalista e uomo di rigore morale e intellettuale che non si è mai piegato al volere dei più forti e per questo ha pagato con la vita.

La figlia Flavia in collaborazione con Libera ha realizzato un documentario: “Tra due fuochi. Serafino Famà, storia di un avvocato” in cui si ripercorrono i fatti salienti del suo assassinio, così abbiamo potuto capire meglio cosa sia successo all’avvocato la sera del 9 novembre 1995. Serafino stava tornando a casa quando vennero sparati 6 colpi di pistola che furono letali per l’avvocato. Per mesi le investigazioni non portarono a piste concrete, finché nel marzo del ’96, Alfio Giuffrida, affiliato e reggente del clan mafioso Laudani, manifestò la sua intenzione di collaborare con la giustizia.

In base alle dichiarazioni, Giuseppe Di Giacomo, reggente del clan Laudani, è stato dal carcere il mandante dell’omicidio eseguito da Salvatore Catti e Salvatore Torrisi, mentre lo stesso Giuffrida e Fulvio Amante osservavano la scena da un’automobile.

Di Giacomo era stato arrestato negli anni precedenti mentre si trovava a letto con Stella Corrado, moglie di suo cognato Matteo Di Mauro. L’uomo sperava che la sua amante lo scagionasse durante una deposizione che avrebbe dovuto rendere al Tribunale di Catania in un processo a carico di Di Mauro, ma l’avvocato aveva consigliato alla donna di astenersi dal fare qualunque dichiarazione (probabilmente per tutelarla) e lei aveva accettato il consiglio del legale. Nonostante le pressioni ricevute, Famà mantenne la sua decisione e per questo Di Giacomo ordinò il suo omicidio. Di Giacomo fu condannato all’ergastolo e da pochi anni è diventato collaboratore di giustizia.

Dopo la visione del documentario gli ospiti hanno ricordato alcuni fondamentali principi che reggono il nostro ordinamento, cioè il giusto processo e il diritto alla difesa in ogni stato e grado del procedimento, previsti dalla nostra Costituzione e incarnati dall’avvocato Famà, precisando l’importanza della figura dell’avvocato penalista, professione spesso malvista, ma fondamentale per il funzionamento della nostra giustizia.

Flavia Famà ha infine voluto sottolineare l’importanza della memoria delle vittime di mafia e del sostegno ai famigliari, impegno che da anni porta avanti insieme a Libera.

Carlotta Campanini

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2 Risposte

  1. Marco Calgaro ha detto:

    La conferenza del 13 maggio è stata una occasione mancata di approfondimento, oltretutto avrebbe dovuto essere un momento formativo per i penalisti. Così non è stato. Nessuno spazio nemmeno per il dibattito. L’incontro si è trasformato in apologia della categoria, come se tutti i penalisti fossero come il povero Famà. Si è mancato di riflettere sui gravi condizionamenti che essi subiscono e sulle deviazioni dall’etica professionale che pure ci sono. Lontana anni luce, nella conferenza, la sola ipotesi che ci sia qualcosa da riformare.
    La nostra Giustizia malata è funzionale alle mafie ma il 13 maggio nessuno se lo è ricordato !
    Nemmeno Libera.

    • Ryan Jessie Coretta ha detto:

      Veramente c’è stata la possibilità, come sempre, di fare interventi dal pubblico, che qualcuno ha sfruttato infatti. Quindi affermare che non c’è stato spazio per il dibattito è falso.
      Lo scopo principale dell’evento, organizzato dalla Camera Penale e da Libera Novara, era ricordare la figura di Serafino Famà, vittima innocente della mafia.
      Come si possono fare eventi in memoria di Giovanni Falcone senza processare i magistrati corrotti e come si può ricordare Placido Rizzotto senza parlare dei sindacalisti collusi, così ritengo lecito parlare di Famà senza parlare degli avvocati deviati. Semplicemente non era questa l’occasione. Oltretutto per ogni mestiere o professione ci sono vittime innocenti e ci sono altrettante persone disoneste o criminali.
      Se si è parlato tanto anche della professione in generale (in termini sicuramente parziali, ma anche abbastanza generici: affermare che l’avvocato ha un ruolo fondamentale nella difesa dei diritti è pleonasmo, non apologia) è semplicemente dovuto al fatto che sia al tavolo sia tra il pubblico c’erano soprattutto avvocati. Se non si condivideva qualcosa torniamo al primo punto: la possibilità di intervenire dal pubblico.

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