Inchiesta “San Michele”, ‘Ndrangheta S.r.l. a processo

Movimento-terra

Movimento terra, opere pubbliche, smaltimento di rifiuti: abbiamo appreso da innumerevoli inchieste giudiziarie come queste economie si prestino a un’elevata infiltrazione mafiosa. È praticamente un “classico” del radicamento della ‘ndrangheta al Nord e sappiamo bene che neanche il nostro territorio è immune, tanto da aver coniato la calzante definizione di Far West delle cave, in attesa che una nuova legge riporti l’ordine. L’operazione “San Michele”, che tra le altre cose ha portato alla luce il tentativo delle ‘ndrine di partecipare ai grandi appalti dell’Alta Velocità, è l’ennesima conferma. Ci ricorda che la ‘ndrangheta in Piemonte c’è e lavora, che prima inquina le nostre imprese e la nostra economia e poi avvelena la nostra terra.

Dopo gli arresti avvenuti nel luglio 2014, sono state rinviate a giudizio 31 persone con diverse accuse che comprendono associazione mafiosa, concorso esterno, estorsione, usura e smaltimento illecito di rifiuti. Settimana scorsa ci sono state le prime condanne a carico di 11 imputati, tra cui Angelo Greco (7 anni e 4 mesi), presunto boss della ‘ndrina di San Mauro Marchesato (KR), e Mario Audia (6 anni e 4 mesi), secondo l’accusa a capo del distaccamento della ‘ndrina a Torino. Ha scelto invece il rito ordinario Giovanni Toro, imprenditore edile residente a Castelletto Ticino (NO) accusato di concorso esterno. Toro è una figura chiave dell’inchiesta, uomo capace, secondo gli inquirenti, di mettere in relazione e di creare «opportunità di tipo economico-imprenditoriale tra esponenti della ‘ndrina sanmaurese e personaggi del mondo politico».

La Toro S.r.l.  è solo una delle tante imprese, la maggior parte delle quali piemontesi, citate nelle 996 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare: ben 110 in tutto! Di queste addirittura una trentina sarebbe riconducibile ad affiliati o presunti tali, altrettante avrebbero ospitato summit di ‘ndrangheta e 10 sono solo citate. Tutte le altre avrebbero avuto rapporti di collaborazione e scambio con i soggetti criminali, subito fenomeni estorsivi oppure cercato di convivere con le regole imposte dall’associazione mafiosa. Ne emerge un quadro a tinte fosche, in cui il tessuto economico piemontese, soprattutto i settori dell’edilizia, del movimento terra e dello smaltimento dei rifiuti, rappresenta un’estesa zona grigia, fatta di omertà e paura ma anche di convenienza e collaborazione.

Si parla spesso di una “Mafia S.p.a.”, potenza economica che muove grandi capitali e gestisce giri d’affari di portata internazionale. Riadattando questa metafora, si potrebbe dire che operazioni come “San Michele” mettono in evidenza una ‘Ndrangheta S.r.l. Non tanto, o meglio non direttamente, perché questa sembra la forma societaria statisticamente prediletta dalle aziende coinvolte nei procedimenti, quanto per il fatto che la s.r.l. è un modello pensato soprattutto per le piccole e medie imprese. Le stesse imprese che asfaltano la strada che percorriamo tutti i giorni per andare a lavoro, che smaltiscono rifiuti o scavano terra e ghiaia nelle nostre campagne. Quando le imprese in rapporti con la criminalità organizzata sono tante da rappresentare una parte rilevante del tessuto produttivo di una singola regione, il fenomeno manifesta tutta la sua portata: preoccupante ma limitata nello spazio. “San Michele” ci ricorda che il contrasto alla mafie si può e si deve fare in gran parte a livello locale e che la sfida per un tessuto economico, politico e sociale sano è soprattutto di natura culturale.

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