’Ndrangheta, in 24 a giudizio per droga, armi ed estorsioni

foto-prima-udienza-processo-minotauroDroga, armi (kalashnikov, bazooka e pistole), estorsioni a imprenditori e gestori di sale da gioco, truffe. Tutto aggravato dal metodo mafioso.
Eccolo, secondo la Procura, il «core-business» dei presunti affiliati del «locale» di ’ndrangheta di Giaveno arrestati durante l’operazione «Esilio» nata dalle dichiarazioni del pentito Christian Talluto. La Dda – pm Castellani – ha chiuso le indagini, inviato gli avvisi a 24 persone e chiesto la fissazione dell’udienza preliminare.

Si avvicina cosi la fase processuale per l’ultima ’ndrina scoperta dagli investigatori dopo le otto emerse dall’operazione Minotauro. Un’indagine molto interessante, condotta dai carabinieri del comando provinciale e dalla squadra Mobile, che ha portato al sequestro di 500 kg di hashish, beni per un milione di euro e ha fatto emergere una realtà criminale singolare. Motivo? Intanto il «locale» di Giaveno era costituito da persone di diversa estrazione geografica in deroga all’impianto classico della mala calabrese.

C’erano siciliani, pugliesi, calabresi, sardi e anche un esponente di famiglie nomadi sinti.
Il capo a Giaveno – sempre secondo l’accusa – era Pippo Mirabella detto «Il nonno», mentre il referente con la casa madre reggina (cosca Bellocco di Rosarno), era Vincenzo Rositano, affiliato alla cosca Pelle, una famiglia che fa parte dell’élite della ’ndrangheta di san
Luca. Membri «nobili» per caratura criminale sono Edoardo e Vincenzo Cataldo (Locri) e la colonia dei fratelli Magnis, di stanza a Settino, vittime tra il 2007 e il 2008 di una lunga scia di attentati misteriosi (quattro).

L’indagine è nata, come detto, dalle dichiarazioni di Talluto che decise di collaborare alla fine del 2011. Ha riempito un centinaio di pagine di verbali, facendo nomi e cognomi. Al resto ci hanno pensato i carabinieri guidati dal tenente colonnello Domenico Mascoli e i poliziotti del dirigente Luigi Silipo. Al di là delle pronunce su un eventuale rinvio a giudizio o meno, l’udienza preliminare servirà a capire se e quanti degli indagati sceglieranno eventuali riti speciali.

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