Minotauro, al processo d’appello 49 condanne contro la ’ndrangheta

Torino

minotauroSi è concluso oggi il processo d’appello contro gli esponenti della ’ndrangheta di Torino arrestati durante l’operazione Minotauro che hanno scelto il rito abbreviato. È finita con 49 condanne, 12 assoluzioni e molte pene ridotte. In un’aula inaccessibile al pubblico hanno sfilato, dietro le gabbie, i vertici dell’onorata società calabrese trapiantata a Torino. Una sfilza di padrini (massima carica della gerarchia mafiosa) e di personaggi di grosso spessore criminale che in primo grado erano stati condannati a 400 anni di carcere. Condanne ai boss confermate seppur con qualche sconto di pena. Adolfo Crea e il fratello Aldo Cosimo condannati rispettivamente a 10 anni e a 8 anni e 8 mesi.

Nelle carte dell’inchiesta sono considerati i capi del Crimine, la struttura superiore della ’ndrangheta deputata alle azioni violente: dagli omicidi alle estorsioni. Insieme a loro, sempre all’interno della struttura appena citata, sono stati condannati Francesco D’Agostino, uomo molto vicino al recordman delle condanne del processo, Vincenzo Argirò (21 anni e 6 mesi in primo grado) che dovrà scontare in carcere 7 anni , e Fortunato Currà, di Moncalieri, uomo molto vicino ai Crea, ai quali ha fornito assistenza logistica (condannato a 6 anni). E ancora: nell’esercito «violento» della ’ndrangheta sono stati condannati Giacomo Lo Surdo (8 anni e un mese) e Vito Marco Candido (7 anni). Condannati anche gli altri padrini, responsabili a vario titolo di molte delle locali (strutture della mala operative sul territorio) individuate dall’inchiesta. E’ il caso di Rocco Raghiele, capolocale di Moncaleiri, condannato a 6 anni. Per Bruno Iaria, il padrino del Canavese, i giudici hanno disposto 13 anni di carcere. E ancora: Francesco Perre, capolocale di Volpiano, è stato condannato a 8 anni; Giuseppe Fazari, responsabile della locale di San Giusto, dovrà scontare 8 anni.

Per la procura guidata da Giancarlo Caselli, prossimo a passare la mano a fine mese, si tratta di un buon risultato processuale che conferma l’unitarietà della ’ndrangheta al Nord e la sua permanenza nel torinese da almeno tre generazioni. Restano le assoluzioni di Pasquale Barbaro, condannato in primo grado a più di 8 anni, e di Arcangelo Gioffrè, figlio del defunto boss Giuseppe Gioffrè.

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