La Cassazione conferma: Giovine condannato per firme false. Cota a rischio.

8CQ0DI2P5300--U1010373618138cjG-246x155-k2wB-U10201196749173Mx-330x185@LaStampa.itÈ dunque arrivato al capolinea l’iter processuale per Michele Giovine, ieri pomeriggio condannato in via definitiva dalla Cassazione per aver dirottato durante le ultime elezioni regionali del Piemonte 27 mila voti nella coalizione per Roberto Cota. Coalizione di cui Giovine ha fatto parte attraverso l’utilizzo di una lista civica fantasma, “Pensionati per Cota”, costruita attraverso l’utilizzo di firme false e risultata in fine decisiva nella vittoria dell’attuale Governatore. Nonostante il ricorso presentato da Giovine, la Cassazione conferma la pena: 2 anni e 8 mesi per falso elettorale.

Quella di Giovine è una vicenda giudiziaria che coglie l’attenzione delle cronache fin dalle prime ore successive alla vittoria di Roberto Cota. Fu infatti la candidata perdente ed ex governatrice, Mercedes Bresso, sconfitta per sole 9mila firme di scarto, a contestare l’esito delle urne. Fu con la condanna d’appello che si proclamò l’interdizione dai pubblici uffici per due anni e si comprovò che 17 sottoscrizioni su 19 della lista erano false. Il 20 dicembre 2012, inoltre, un decreto del Governo sospende il consigliere regionale da Palazzo Lascaris, aprendo le porte dell’assemblea alla compagna Sara Franchino. Un fatto, come presumibile, che fece montare la polemica. Le richieste di dimissioni a Cota, in questi anni di iter processuale, sono piovute un po’ da tutte le parti e non sono mancate le critiche di chi ha riconosciuto un atteggiamento quasi flemmatico nel Partito Democratico piemontese. La vicenda, va detto, non ha certamente incardinato l’attenzione dell’opposizione a Palazzo Lascaris e forse la colpa va ricercata anche nella difficoltà di proporsi come alternativa politica in un momento di forte criticità per la regione Piemonte. In alcuni momenti, si sa, fare opposizione e poco più conviene. Sicuramente poi una certa confusione è da attribuire ai tanti e diversi soggetti istituzionali che sulla vicenda hanno preso (o meno) posizione. Il lungo percorso giudiziario ha infatti tirato in ballo inizialmente il Consiglio di Stato per valutare l’invalidità delle elezioni del 2010. Consiglio che ha prontamente rimesso nelle mani del Tar del Piemonte la scelta tra avvalersi oppure no delle decisioni prese sulla vicenda in sede penale. “Attendere una condanna definitiva“, questa fu la posizione del Tribunale Amministrativo, che respinse la responsabilità di rimandare i piemontesi alle urne prima di avere conferma della colpevolezza di Giovine.
Ora infatti che la Cassazione ha messo la parola fine, confermando in toto le condanne in appello, spetta dunque nuovamente ai giudici del Tar del Piemonte decidere se intervenire e come sull’esito delle elezioni regionali del 2010.

Per l’ex presidente Mercedes Bresso non ci sono dubbi, «ora Cota dovrebbe rassegnare le dimissioni e concedere al Piemonte una guida più autorevole e legittimata». Concorde il Partito Democratico piemontese che su Facebook dichiara: «ora PD attende con fiducia le decisioni della magistratura amministrativa, che speriamo arrivino in breve tempo. Siamo anche sicuri che mai il presidente della Regione compirà quell’atto che, dopo la conferma della condanna, sarebbe conseguente e coerente: le dimissioni dal suo incarico, in modo che si torni al voto».

giovine-e-cotaRoberto Cota infatti non smentisce e alla Stampa torinese che lo interroga nel merito delle dimissioni chiede se si tratti di uno scherzo: «Giovine lo conoscevo appena, chi ha commesso irregolarita deve pagare. Ma il voto dato al Presidente della Regione e comunque valido. Semmai, sono una vittima e non mollo certo per una questione burocratica; andiamo avanti». Spiegare al Presidente Cota che non c’è nulla di semplicemente “burocratico” nel governare anche grazie all’esistenza di liste e candidati farlocchi, ma che si tratta di un piano direttamente legato al grado di responsabilità politica che si intende reggere, sarà compito esclusivamente dei suoi prossimi avversari. Perché se una cosa appare chiara ai più è che il Tar non manderà certamente questa presidenza a casa ad un anno dalla scadenza, generando così inevitabilmente quel silenzio imbarazzato in risposta alla domanda: che ne sia valsa comunque la pena?

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