Stato-mafia, pentito accusa: “Dalla Chiesa fu ucciso su ordine di Craxi e Andreotti”

DallaChiesadeadPALERMO — Il primo pentito del processo convocato dalla Procura dice che la trattativa «non è mai esistita». E nell’aula bunker dell’Ucciardone cala un silenzio pesante. «Fra mafia e politica non c’è stata trattativa, ma di più, c’è stata convivenza», taglia corto Francesco Onorato, uno dei killer fidati della Cupola, testimone diretto della stagione delle stragi. Dice: «Quando Totò Riina accusa lo Stato nelle sue interviste ha ragione. Prima gli hanno fatto fare tanti omicidi, e adesso stanno pagando solo i mafiosi». I pm Di Matteo, Del Bene e Teresi gli chiedono di questi omicidi. E Onorato non se lo fa ripetere: «Prenda Dalla Chiesa. Che interesse avevano i mafiosi ad ammazzarlo? Sono stati Craxi e Andreotti a chiederlo, perché si sentivano il fiato sul collo. Anche l’omicidio Mattarella fu voluto da altri politici». Il presidente della corte d’assise chiede chiarimenti: «Da chi ha saputo queste notizie?». Onorato spiega: «Ero vicinissimo a Salvatore Biondino, l’ambasciatore della commissione». E poi precisa: «Io ero uno dei prediletti, perché fare parte del gruppo di fuoco della commissione era come fare parte della nazionale di calcio. I migliori mafiosi entravano in squadra». All’inizio del 1992, comunque, Totò Riina aveva una sua personale lista di nomi da eliminare.

«Dopo le condanne in Cassazione Andreotti e il figlio: «Se ne occupavano i fratelli Graviano». I boss sembravano determinati anche a colpire Martelli. «Siamo stati noi a farlo eleggere ministro — dice il pentito — nel 1987 ho tirato fuori dalla cassa di famiglia 200 milioni di lire per la sua campagna elettorale». Insorge Bobo Craxi, il figlio di Bettino: «Non penso valga neanche la pena di commentare e querelare. Di quale tenore fossero i rapporti fra Dalla Chiesa e miopadre ne sono bene a conoscenza i suoi figli». Anche Vizzini replica: «Io l’antimafia l’ho fatta con gli atti concreti, negli anni 80». Ieri, intanto, è arrivata alla cancelleria della corte d’assise la lettera del presidente Giorgio Napolitano, citato come testimone nel processo per la trattativa. Il capo dello Stato, come preannunciato la settimana scorsa dal Quirinale, si dice «ben lieto» di dare «un utile contributo all’accertamento della verità». Però, sul tema che interessa la Procura, le preoccupazioni del consigliere giuridico Loris D’Ambrosio sulla stagione 1989-1992, Giorgio Napolitano anticipa di non avere molti elementi da offrire, lo lascia intendere parlando di «limiti delle mie reali conoscenze». Il presidente della corte ha annunciato che metterà la lettera a disposizione di pm e avvocati, «per le eventuali rispettive valutazioni e determinazioni». La citazione di Napolitano potrebbe essere dunque oggetto di una nuova discussione in aula: i pm insisteranno per l’audizione del capo dello Stato.

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