Ucciso a pallettoni come il fratello. Quarto Oggiaro ostaggio dei clan

e1bbb314d634717b460e8f8d02e6afe0-kEcG-U10201012761188ZKH-330x185@LaStampa.itLe 22.30 di mercoledì sera. La partita del Milan è appena finita. Pasquale Tatone, 54 anni, ex boss di Quarto Oggiaro ed esponente di spicco della famiglia casertana che per trent’anni ha gestito lo spaccio nel quartiere a nord di Milano insieme ai calabresi Crisafulli e Carvelli, già scampato a un agguato nel 1993, ha fatto in tempo a uscire dalla pizzeria Rim di via Pascarella e ad aprire la portiera della sua Ford Fiesta.

Poi un killer a bordo di un motorino l’ha affiancato e l’ha ucciso con tre colpi di fucile caricato a pallettoni: due alla testa e uno al cuore. Un’esecuzione da professionisti ad appena tre giorni dall’omicidio del fratello Emanuele e del suo autista Paolo Simone, freddati domenica pomeriggio negli orti al confine con Nova Milanese. Il segnale che, negli equilibri della malavita locale, si è rotto qualcosa. Don Roberto Villa e don Ambrogio Basilico, i sacerdoti che gestiscono le due parrocchie di santa Lucia e della Pentecoste, preferiscono non parlare, ma è chiaro che sono preoccupati, che temono che questo sia solo l’inizio di una lunga scia di sangue.

«Non ci sono gli elementi per dire che siamo di fronte a una faida fra clan, gli attacchi hanno colpito solamente un nucleo – spiega il capo della Mobile Alessandro Giuliano – Però è chiaro che sta succedendo qualcosa fra i gruppi che gestiscono lo spaccio di stupefacenti in quell’area». Il messaggio lo deve aver capito bene la signora Rosa, la madre dei due boss uccisi, soprannominata «nonna Eroina», che nella notte fra mercoledì e giovedì ha lasciato in tutta fretta il suo appartamento di via Lopez. Anche gli abitanti si sono resi conto che è saltato qualcosa. «È successo tutto all’improvviso, è molto strano – conferma Fabio Galesi, consigliere del Pd, preoccupato che questi fatti mettano per l’ennesima volta in cattiva luce il quartiere – I nostri ragazzi non trovano lavoro se dicono che sono di Quarto Oggiaro. Io stesso prima di essere assunto come addetto alle pulizie ho dovuto subire un lavaggio del cervello sui furti».

I milanesi di città a Quarto Oggiaro non solo non ci sono mai stati, non sanno nemmeno dov’è. Come se non fosse un luogo, ma solo un nome. Un sinonimo di criminalità, come Scampia a Napoli, come il Bronx a New York, un posto «dove i ragazzini girano ancora in motorino senza casco». Il quartiere costruito negli anni Sessanta per ospitare gli emigranti del Sud – trentamila abitanti incastrati fra il cimitero Maggiore e l’ospedale Sacco – è un po’ come un’isola: in auto ci si può arrivare soltanto prendendo uno dei ponti che la collegano al resto della città. Ha la fama di malavitoso anche se non c’è mai stata la Ligera, la vecchia mala milanese cantata da Ornella Vannoni nei primi anni Sessanta e incarnata nei decenni successivi da figure come Renato Vallanzasca, Francis Turatello o Luciano «il solista del mitra» Lutring.

quarto_oggiaroIl crimine qui è arrivato dopo, con l’eroina. «Milano si è abituata alla “quartoggiarizzazione”, come se qui ci fosse tutto il male, come se fosse un tumore, una appendice negativa» osserva Gianni Biondillo, scrittore di noir cresciuto nel quartiere.

Via Lessona sembra un angolo di città come un altro: un bel parco con le magnolie dove alle quattro di pomeriggio la gente fa jogging accanto alla settecentesca villa Scheibler, ristrutturata con i fondi Ue. Simone Zambelli, 30 anni, assistente sociale e presidente del Consiglio di Zona (Sel), sta organizzando una fiaccolata per la legalità: «Sotto il profilo dell’associazionismo e del volontariato questo è uno dei quartieri più vivi di Milano. Però è innegabile che accanto a queste belle realtà convivano due fenomeni terribili: il racket delle case popolari e lo spaccio. C’è una grande responsabilità dell’ex giunta Moratti che per anni ha detto che a Milano la mafia non esiste. Purtroppo non è così e quello che è successo negli ultimi giorni lo dimostra». Come se Quarto Oggiaro avesse due facce, come se fossero due quartieri in uno.

Sotto casa Tatone e all’angolo in cui è stato ucciso Pasquale, infatti, il clima, è tutt’altro che sereno. «Non fate domande, andate via, è meglio per voi» avverte un ragazzo. «Sono abituato a farmi i fatti miei. Anzi per certi versi mi sento di vivere in una zona protetta» racconta senza peli sulla lingua il signor Angelo, che gestisce il locale ufficio del sindacato Ugl. La vicina piazzetta Capuana, uno spiazzo di cemento circondato da palazzoni rosa con le bandiere del Milan e del Napoli alle finestre, è desolante: quasi tutti i negozi al piano terra sono chiusi. Le uniche saracinesche alzate sono quelle del circolo Arci Ithaca, dove qualcuno a Natale dello scorso anno ha fatto esplodere una bomba carta, e la ricevitoria del Lotto. «Rispetto a qualche tempo fa la situazione è migliorata, ma “loro” ci sono ancora, ci sono sempre stati» mormora con un filo di voce Nicola Papagna, il barista del circolo. «Loro».

È un concetto che ricorre spesso parlando con la gente di Quarto Oggiaro. «Il 99% del quartiere, facciamo il 95% è fatto di persone oneste che lavorano» sbuffa Massimo Maggiaschi, presidente della Commissione Cultura della Zona 8. E il restante 5%? «Una volta c’erano i boss a vigilare, oggi si sta sgretolando tutto» fanno spallucce gli anziani che giocano a carte ai tavolini di plastica di piazzetta Capuana. A 200 metri da dove hanno ammazzato Pasquale Tatone.

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