Egiziani sequestrati nella tonnara in attesa del saldo della traversata

incendio-cie-lampedusa-638x425SIRACUSA – Avevano solo la forza per avere paura. Negli occhi il terrore di incontrare i propri carcerieri. Inseguivano un sogno, ma hanno trovato una prigione. Dopo un viaggio su un barcone, ventidue egiziani sono stati sequestrati e detenuti nello scantinato della tonnara di Santa Panagia, in provincia di Siracusa. Rimasti rinchiusi al buio per otto giorni, in mezzo ai calcinacci, senza acqua e senza cibo. Soltanto le rare piogge siciliane hanno permesso loro di sopravvivere, consolando la sete con gli scoli delle grondaie. Migranti, rifugiati, profughi, extracomunitari e clandestini. Questi uomini sono stati tenuti in ostaggio dalla criminalità egiziana con l’aiuto di alcuni italiani nell’attesa che le famiglie, dall’Egitto, finissero di pagare il saldo della traversata in mare durata otto giorni, iniziata da Alessandria d’Egitto e terminata con lo sbarco di Rutta e Ciauli il 23 settembre 2011.

Otto giorni. Le forze di Polizia del gruppo interforze per il contrasto dell’immigrazione clandestina libera i prigionieri il 30 settembre 2011. Nella tonnara i poliziotti trovano una situazione terrificante: “Erano ammassati come topi in condizioni pietose, l’odore era nauseabondo”. Un video girato dagli agenti racconta quei momenti drammatici. Un egiziano alza le mani in segno di resa, aveva paura di ricevere bastonate. Un altro uomo si inginocchia quasi a chiedere pietà. Alcuni sbarrano gli occhi nell’oscurità, come dei ciechi inebetiti dalla sofferenza. “Amici, amici”, dice un poliziotto per confortarli, e ancora “friends, friends, siamo qui per liberarvi”, ma i detenuti egiziani non capiscono l’italiano né l’inglese. La  polizia chiama Aziz, l’interprete, che corre a tranquillizzarli.

Nessuna pietà. Sono stati portati fuori a fatica, “alcuni di loro non riuscivano neanche a camminare.” La condizione di questi uomini era così critica che la Croce Rossa non ha potuto alimentarli  direttamente con cibi solidi: hanno iniziato con un po’ di acqua, poi un bicchiere di tè con lo zucchero, del latte e infine dei biscotti. “Non c’è stata pietà per questi uomini. C’è chi ha pianto divorato dalla rabbia”, racconta uno dei poliziotti che è entrato quella notte nella tonnara.

I fuggitivi e il carceriere Darwish. Da due giorni il carceriere della tonnara, un egiziano di nome Darwish, non si faceva vedere. Così la tonnara era rimasta incustodita e, spinti forse più dall’istinto di sopravvivenza che dal coraggio, tre dei ventidue prigionieri erano riusciti a fuggire da una piccola finestra. Sono stati trovati da una volante della polizia in condizioni disperate: “Erano affamati e sporchi, per la fame rovistavano nei cassonetti dell’immondizia”. Grazie alla loro fuga le forze dell’ordine sono riuscite a individuare il luogo della detenzione.

Il retroscena. Cosa era successo? Perché il carceriere era scomparso? Darwish due giorni prima aveva accompagnato uno dei migranti alla fermata del bus, perché la famiglia aveva finito di pagare “il riscatto“. Subito dopo, Darwish aveva fatto una rapina ed era stato arrestato. “Ha rapinato un signore anziano”, racconta  uno degli ufficiali di polizia che hanno liberato i sequestrati  “è stato identificato e arrestato. Così la tonnara è rimasta incustodita”.

La complicità di criminali italiani. Nello sbarco di Rutta e Ciauli con il successivo sequestro di persone all’interno della tonnara di Santa Panagia la criminalità egiziana ha agito grazie al supporto della malavita italiana. Nei verbali si legge che quando il barcone con a bordo 80 egiziani si è avvicinato alle coste italiane, dopo otto giorni di viaggio, è stato accolto da una piccola barca di sei-sette metri. A bordo c’erano tre soggetti italiani e un egiziano di nome Hamada, poi arrestato ad Anzio. Degli 80 migranti 22 non avevano finito di pagare il viaggio e per questo sono stati sequestrati all’interno della tonnara. Le indagini per individuare gli italiani dopo due anni sono ancora in corso.

I sequestri, un sistema collaudato. Il sistema dei sequestri, secondo la polizia, sembra essere più che collaudato. I migranti pagano una quota del viaggio a inizio traversata, il saldo deve essere pagato dalle famiglie una volta arrivati a destinazione. La somma di denaro viene poi spedita da un membro dell’organizzazione, tramite il sistema di pagamento Western Union, a un cassiere che si trova a Milano. Se il saldo non è effettuato, la criminalità sequestra i migranti finché la famiglia non paga.

Pochi mesi fa l’ultimo sequestro. Nel corso degli anni le forze dell’ordine hanno liberato decine di persone vittime di un sistema che vede protagonista la criminalità egiziana con la complicità di quella italiana.
L’ultimo sequestro risale a pochi mesi fa: è il 16 febbraio 2013, nella contrada di Mottava, tra Cassibile e Avola, sono stati trovati venticinque egiziani reclusi all’interno di un garage, anche loro denutriti e maltrattati. Tra i responsabili del sequestro anche due italiani: Pietro Paradiso e Raffaella Lampo. Gli italiani sono i basisti degli sbarchi, a volte carcerieri e scafisti. Si occupano anche del trasporto dei rifugiati sul territorio nazionale: nel 2010 è stato intercettato sull’autostrada Catania-Messina un tir all’interno del quale erano stipati come animali 83 egiziani, 15 erano minorenni. L’autista del tir era un italiano di Ardea, Pierpaolo Corsini.

La mafia siciliana. È la notte tra il 19 e il 20 marzo 2011 quando una motovedetta della Guardia di Finanza intercetta al largo delle coste di Fondachello, in provincia di Catania, un barcone con 132 egiziani. I migranti erano stati trasbordati dal peschereccio egiziano a su una barca italiana di nome “Fenice” che fungeva de vettore finale per lo sbarco. Sulla “Fenice” c’è Massimo Greco della famiglia Greco sodale al clan “Brunetto” di Fiumefreddo di Sicilia, affiliato al clan Santapaola. In un’intercettazione telefonica il padre di Massimo Greco, Giuseppe, suggerisce al figlio, una volta avvistata la motovedetta della Guardia di Finanza, di buttare a mare i clandestini.

Il clan egiziano. L’organizzatore dello sbarco, dall’Egitto, è Arafa, legato alla famiglia Amro: un potente clan egiziano dedito al traffico di esseri umani spesso in collaborazione con criminali italiani. La data dello sbarco è stata scoperta dalle forze dell’ordine grazie alle intercettazioni tra Massimo Greco e Arafa. La Polizia ha arrestato anche il cassiere, Nabil, che si trovava a Milano. I numerosi arresti scaturiti dall’operazione della Guardia di Finanza ha fatto saltare il sistema dei pagamenti: Arafa non è riuscito a riscuotere il denaro ed è stato ucciso a bastonate.

Link inchiesta e video salvataggio

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