“Giornalisti giornalisti” non solo al cinema

Secondo il rapporto Ossigeno, l’unico nel suo genere in Italia, sono duecentoventidue i cronisti minacciati dall’inizio del 2012. Duecentoventidue e il numero sale ogni giorno. Macchine incendiate, lettere minatorie, proiettili imbustati, querele, rappresentano solo alcune delle forme minatorie con cui si cerca di ostacolare il racconto di giochi di potere e affair altrimenti ignoti. Nove in Piemonte e trentatré nella civilissima Lombardia. Il trend si amplifica ogni anno di più. Il ruolo dei giornalisti d’inchiesta nel nostro paese è raccontato in modo paradigmatico dalle vicende dei suoi caduti. Narrazioni celebri, che hanno trovato dignità e spazio in libri e pellicole, costruendo eroi, compensando il puntuale e deludente fallimento delle istituzioni. Un cronista non muore per caso. Un cronista non si trova per fatalità in una sparatoria. Non si perdono casualmente i suoi taccuini di viaggio, né le ultime riprese incise su cassetta. Non si smarriscono e cartelle cliniche del decesso per disattenzione, non li si diffama per affrettare la risoluzione del caso, né si tralascia di ascoltare i testimoni chiave durante le indagini per negligenza. Nulla è lasciato al caso quando “la ragion di Stato” ferma lo scorrere dell’inchiostro, appaltando l’arte del silenzio alla mano della criminalità organizzata.

Di Mauro Rostagno ancora si sa troppo poco, il processo è in atto 25 anni dopo. E’ stata Cosa Nostra, per via delle sue denunce televisive su esponenti politici ed imprenditori corrotti? Nella sua Trapani si bisbigliava anche di traffici d’armi e rifiuti tossici con l’Africa , quelli stessi su cui lavorerà anni dopo in Somalia Ilaria Alpi, con l’operatore Miran Hrovatin. Il servizio al TG3 non arrivò, quella sera del 20 marzo 1994, così gli affaristi della “cooperazione internazionale”, i “signori della guerra” civile Somala e i vertici del Gladio, poterono tirare un sospiro di sollievo. De Mauro conosceva trent’anni prima di tutti la verità sull’omicidio Mattei e venne ucciso nella sua macchina. Giancarlo Siani aveva tracciato con abilità chirurgica la spartizione tra camorristi del bottino nel post terremoto dell’Irpinia e venne ucciso nella sua macchina. Giuseppe Fava era un intellettuale “troppo intellettuale” per la sua Catania, per questo vene ucciso nella sua macchina. Cosimo Cristina, poi, era troppo eccentrico, con quel baffetto retrò e il gessato sempre in ordine; mentre Giuseppe Impastato era un po’ troppo comunista per Cinisi, nonché un po’ “arlecchino”, per dirla alla Giulio Cavalli (lui, per fortuna, “solo” sotto scorta). Ai due toccarono le rotaie a bordo città e un po’ di fango sulla lapide.

Non esiste un solo caso in cui il lavoro dei magistrati nel ricostruire le responsabilità di mandanti e killer non abbia trovato depistaggi e menzogne, responsabilità politiche e utilizzo dei servizi segreti come attori di un thriller. Verità troppo scomode per venire a galla, da soffocare ad un giorno dalla messa in onda. Costi quel che costi. Più che la memoria storica di un Paese, bisogna estirpare alla radice la generazione del mito. Intanto, dalle testate locali la denuncia arriva costantemente: “giornalisti pagati 5 euro al pezzo che rischiano tre querele ad inchiesta”. Verrebbe da chiedersi come mai sia così difficile elaborare forme di tutela a servizio delle testate locali, ultime emittenti simbolo di un diritto primario per una democrazia matura: quello all’informazione.

Finché in Italia questo ruolo sarà affidato solo al coraggio, o all’incoscienza, di cronisti pronti a scommettere la propria vita per la ricerca della verità, cene saranno sempre meno. A fronte di una macelleria professionale da contrapporre al silenzio della sopravvivenza. Roba da film.

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