Polemica sugli oneri di scavo

Dopo un incontro con l’assessore regionale Gian Luca Vignale a Cavaglià, nel biellese, è successo un pandemonio. Forse nulla rispetto a quello che potrebbe succedere nel Novarese. L’assessore torinese, ex dirigente nazionale del Fronte della Gioventù, si è fatto scappare pubblicamente la soluzione per rilanciare l’economia del settore dell’edilizia: abbassare i costi di escavazione.
La discutibile intuizione potrebbe prendere forma all’interno di un pacchetto di riforme per il settore che la Regione avrebbe in cantiere. Ma su questo nulla di più chiaro. «Della proposta di modifica normativa non sappiamo nulla – ammette l’assessore provinciale Claudio Nava – ma se questa esiste, ci auguriamo che modifichi tutti gli aspetti critici della legge 69 del 1978». Intanto le critiche dai Comuni, come presumibile, sono cascate a pioggia.

Una scelta che va in direzione diametralmente opposta alle richiesta di tutti coloro che nella società civile hanno deciso di prendere parola sul tema. Tutti, si fa per dire, naturalmente tranne gli imprenditori interessati.
Sommariamente parlando, sono tre i grandi punti critici evidenziati dagli esperti nella regolamentazione del settore: impossibilità (ad oggi) nell’eseguire controlli tecnici capillari e in tempi rapidi, tanto da disincentivare i numerosi casi di traffici illeciti di rifiuti (soprattutto per questo si fanno i protocolli di legalità); regole obsolete e sanzioni irrisorie “una tantum” per chi commette illeciti; costi di escavazione troppo bassi.

Basti pensare che in Gran Bretagna un imprenditore è chiamato a pagare all’ente locale il 20% del prezzo di vendita della terra. In Italia, in molte zone, cavare è ancora del tutto gratuito. Dove invece esiste un Piano Cave – il Novarese rappresenta uno di questi casi – se va bene si arriva al 4%. Per capirci, siamo nell’ordine dei 45 centesimi di euro al metro cubo, di cui 30 destinati all’ente locale. «Non sono d’accordo con l’assessore regionale – continua Nava – se il mercato è fermo non è certo per colpa dei 45 centesimi al metro cubo, quanto piuttosto dello stallo generale dell’edilizia».

L’assessore provinciale rimarca anche come tra i destinatari dei ricavi di escavazione sia proprio l’ente provinciale il grande escluso. «Nessuna fetta della “torta” infatti spetta all’ente provinciale – specifica l’assessore Nava – che poi però, insieme ai Comuni, di fatto assume notevoli responsabilità nel monitoraggio del settore». E si parla di una torta importante, come raccontato dai rapporti di Legambiente: oltre 5,2 milioni all’anno derivanti dalle concessioni nel solo Piemonte. Cifre rilevanti, ma ingiustificatamente basse se paragonate al giro d’affari della terra estratta, che a prezzo di produzione ammonta a oltre 65 milioni di euro, per schizzare a prezzo di vendita ad un giro di capitali da 140 milioni di euro. Non occorre essere fini economisti per rendersi conto che il pubblico in questa partita ci perde sostanzialmente moltissimo, e senza neanche analizzare il bilancio ambientale dello sfruttamento del territorio.

E’ dunque evidente perché quando si parla di cave spesso si faccia riferimento a un “doppio business” perfetto, dove in fase di escavazione è possibile guadagnare molto vendendo la terra estratta e, come spesso capita, vendendone molto più del pattuito: l’eccesso di scavo oltre i limiti concordati è fisso alla sanzione di mille euro scarsi. “Fisso” nel senso che se si scava un centimetro in più o 10mila metri cubi in più, l’entità della sanzione sostanzialmente è la stessa. «Rinnovare il sistema sanzionatorio e renderlo proporzionale al danno – conclude Nava – Questa deve essere una delle priorità della Regione; non lo sconto ai cavatori di 5 centesimi».

Con molti territori piemontesi che solo negli ultimi anni si stanno rendendo conto del costo sociale ed ambientale di concessioni affidate ormai lontano nel tempo, l’assessore sarà chiamato sicuramente presto a dare spiegazioni. E prima di tutto ai suoi assessori provinciali, ad oggi non interpellati sui provvedimenti ipotizzati.
All’opposizione regionale che accusa la giunta Cota ormai da tempo di aver toccato il fondo, Vignale smentisce con garbo: c’è ancora molto da scavare.

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