Iniziano le requisitorie del processo Minotauro

«Minotauro ci ha permesso di scoprire l’esistenza di 9 locali di ’ndrangheta in provincia di Torino. Se ogni locale ha almeno 40 “cristiani”, come vengono definiti in un’intercettazione gli affiliati alla struttura di Rivoli rimasta senza guida, stiamo parlando di almeno 360 persone per difetto. Molte di più di quelle finite nell’inchiesta. A Nichelino, ad esempio, sappiamo dell’esistenza di un locale, ma non siamo riusciti a identificare gli affiliati».

Sono iniziate ieri, nell’aula bunker delle Vallette, le requisitorie del pubblici ministeri che in 8 mesi di udienze si sono succeduti a sostenere le accuse contro i 70 imputati del processo Minotauro, la più importante inchiesta sulle infiltrazioni della criminalità organizzata calabrese in Torino e provincia. Il fuoco di fila è stato aperto dal pm Roberto Sparagna, citando un’intercettazione ambientale fatta nel carcere delle Vallette nel 2010: riguarda due indagati eccellenti, arrestati nell’ambito dell’inchiesta della procura di Reggio Calabria che ha preceduto di un anno l’operazione Minotauro eseguita dai carabinieri del comando provinciale di Torino nell’estate del 2011. Da una parte Giuseppe Catalano, considerato il capo locale di Siderno a Torino, morto suicida nel 2012 dopo aver lasciato una lettera in cui scriveva di prendere le distanze dalla ’ndrangheta, dall’altra Francesco Tamburi, indicato come capo società di Siderno a Torino. «Catalano – dice il pm Sparagna – rivolgendosi a Tamburi afferma “mi dispiace, perché si è scoperto quello che ero, quello che era e quello che è”. Tamburi gli risponde di stare in silenzio. Ecco, in questa frase tra due personaggi non imputati in Minotauro ma molto vicini agli altri, c’è la sintesi di questo processo. Cioè l’esistenza della ’ndrangheta a Torino».

Poi rivolgendosi al collegio, presieduto dal giudice Paola Trovati, che alla fine del processo dovrà pronunciarsi sull’esistenza o meno di una struttura complessa di «soci criminali» e operativa sul territorio, pm ha detto: «Non avendo altre sentenze passate in giudicato da utilizzare come piedistallo, voi giudici siete chiamati a porre una pietra miliare nell’esperienza giudiziaria piemontese. Il processo farà storia, e sarà di insegnamento a tutti gli operatori del diritto».
Fondamentali, nel processo, i collaboratori di giustizia, come Rocco Varacalli, forse il più famoso dei pentiti di ’ndrangheta, e Rocco Marando, membro di una famiglia di spicco della malavita calabrese, in parte sterminata da faide per il dominio del mercato della droga. «I pentiti sono stati genuini, sinceri, spontanei. Marando, è stato così attendibile da accusarsi persino di vari reati». Il pm ha ricordato anche intercettazioni, accertamenti patrimoniali, indagini tradizionali. «Così abbiamo scoperto quattro generazioni di affiliati che hanno agito nel territorio torinese fin dagli anni Settanta». 

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