La Val d’Aosta scopre il racket

«In Valle d’Aosta c’è chi paga il pizzo e sta zitto, non si lamenta. Tu, che neppure paghi, hai il coraggio di lamentarti». È lo sfogo di un capocantiere di Aosta con il titolare dell’impresa, entrambi di origine calabrese e integrati alla perfezione tra le montagne più alte d’Europa. Il dialogo è stato annotato dai carabinieri del Nucleo operativo e inserito nel grande faldone dell’Operazione Hybris sulla ’ndrangheta che ha portato all’alba di sabato all’arresto di quattro persone affiliate alla famiglia Pesce di Rosarno. Quelle parole sono un’ulteriore e inquietante conferma di ciò che in Valle d’Aosta si sospetta da tempo: il racket, il «pizzo», esiste anche in quella che negli spot tv di qualche anno fa era definita l’«Isola felice», la Regione più piccola d’Italia, tempio dello sci e delle camminate tra i boschi.  

Il blitz scattato all’alba di sabato ha fatto finire in carcere, nell’inchiesta coordinata dalla Dda di Torino, Claudio Taccone di 45 anni e i figli Ferdinando di 21 (arrestato al paese di origine) e Vincenzo di 20, tutti residenti a SaintMarcel, un paesino a pochi chilometri da Aosta. Ai domiciliari è finito Santo Mammoliti, 39 anni. C’è anche un quinto ordine di cattura nei confronti di un uomo in fuga all’estero, fuga che secondo i carabinieri «non è tanto dalle manette ma dal timore di subire ritorsioni».
Le accuse nei confronti degli arrestati vanno dalla tentata estorsione al danneggiamento a seguito di incendio, rapina, tentato omicidio e lesioni personali. E per tutti ricorre l’aggravante prevista dal metodo mafioso. Nei prossimi giorni sono previsti i primi interrogatori.
I giovani Taccone, ad Aosta e dintorni e nel mondo notturno del capoluogo erano conosciuti come i «Calabria Boys»: l’onore, in particolare quello della famiglia, passava sopra qualunque altra cosa. «L’indagine – ha spiegato il colonnello Massimiliano Rocco, comandante del Gruppo Aosta – ha fatto emergere un substrato culturale incredibile, legato a famiglie calabresi che hanno mantenuto un legame forte con il territorio di origine e che sentono fortissimo il culto dell’onorabilità e dell’onore».
Il dialogo sul «pizzo» entra nell’inchiesta perché Ferdinando Taccone e l’uomo attualmente in fuga fanno pressione su un’impresa edile per poter lavorare, ricevendo un rifiuto. Il colonnello Lenti spiega: «Quel dialogo sul “pizzo” ci fa capire che la piaga esiste anche in Valle d’Aosta. Non necessariamente significa pagare somme di denaro, può voler dire anche dover assumere determinate persone per stare tranquilli».
L’indagine è coordinata dalla Dda di Torino. Nei prossimi giorni i primi interrogatori.

 

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