Ancora 60 giorni per trovare i cadaveri della ’ndrangheta

La Corte d’Assise è arrivata ad un punto fermo nella ricerca dei tre cadaveri di Antonio e Antonino Stefanelli e di Franco Mancuso. Ammazzati per una vendetta tra ‘ndrine sedici anni fa. E sepolti, forse, nei boschi della Vauda di Volpiano. Nell’udienza della scorsa settimana il presidente della Corte Pietro Capello, ha concesso una proroga di 60 giorni per consentire agli investigatori di far riaffiorare dalla terra quello che rimane dei tre uomini.
Ma c’è di più. Visto che Rosario Marando, durante la deposizione spontanea al processo Minotauro, si è lamentato con la giudice Paola Trovati – «A Volpiano mi portano a spasso per i boschi, ma non cercano dove indico io. Mi sembra un teatrino napoletano perché, secondo me, non c’è la volontà di trovare le spoglie» – la Corte ha deciso di scavare, esclusivamente, nell’area boschiva che ha indicato Marando. Che ha anche scritto agli inquirenti una lettera di sei pagine per evidenziare come non si sentisse preso in considerazione, nonostante la sua volontà «improvvisa» di far ritrovare le tre salme: «Tanto, adesso, non crea più danno a nessuno».

Via all’escavatore
È il termine tecnico usato per indicare lo scorticamento dello strato di terreno che sarà effettuato tramite un escavatore. In pratica la Corte ha conferito l’incarico di scavare ad una ditta specializzata di Marano Ticino. Le benne delle pale rivolteranno il terreno fino ad una profondità di una ventina di centimetri.
Troppo poco? Non secondo gli esperti che ritengono comunque sufficiente scalzare quello strato di terra per capire se ci sono delle «tracce di fossa». Insomma se davvero qualcuno, anni fa, scavò quella buca dove poi sono stati gettati, uno sopra l’altro gli Stefanelli e Mancuso.
L’operazione costerà circa 9 mila euro, durerà, più o meno due settimane e interesserà una superficie di circa 400 metri quadrati.
Quella indicata proprio da Rosario Marando durante uno dei suoi sopralluoghi nella boscaglia di Volpiano, costellata di faggi, carpini e acacie che sono stati censiti, uno per uno, dagli esperti della polizia scientifica e dai botanici del Politecnico.

L’ultima speranza
Gli altri metodi di ricerca («cani molecolari», georadar, metal detector) hanno fallito per una serie di cause. In tutta questa vicenda, però, gli investigatori hanno deciso di concedere fiducia a Rosario Marando, difeso dall’avvocato Wilmer Perga. È stato ritenuto credibile: «La zona è questa. Lo so perché ricordo che quando ero nella fossa, quella sera, il primo giugno del ’97, vedevo in lontananza una casa – ha raccontato ai magistrati – Gli alberi sono cresciuti adesso. Avevamo trascinato i cadaveri per un tratto. Poi li abbiamo messi uno a destra, uno a sinistra, e il Mancuso sopra. A coprire tutto, un giubbotto e due sacchi di calce. Sopra ancora, foglie e rami che ho spaccato io».
Tra qualche giorno si saprà se Rosario Marando, che nella sua deposizione a Minotauro ha giurato di aver commerciato nella droga con suo fratello Pasqualino, ma di non aver mai fatto parte della ’ndrangheta, ha detto la verità.

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