La ‘ndrangheta a Romentino

Se proprio c’era bisogno di una ulteriore conferma del verminaio rappresentato dal sistema del movimento terra, delle bonifiche e dello smaltimento in discarica, eccola arrivata.
L’inchiesta della Dda di Milano coinvolge in pieno Romentino e una delle sue cave “storiche”, per altro formalmente già chiusa. Peccato che, secondo gli investigatori e anche il Gip del Tribunale di Milano Andrea Ghinetti (che ha firmato otto ordinanze di custodia cautelare), in quell’impianto, di proprietà di Vincenzino Ricciardo ma gestito da Francesco Giugni (finito agli arresti domiciliari) sono state portate migliaia di tonnellate di rifiuti classificati come “speciali” (materiali da demolizioni e costruzioni). Con un guadagno per l’organizzazione malavitosa di centinaia di migliaia di euro.

Per Giugni l’ipotesi di reato è quella di organizzazione di traffico illecito di rifiuti (art. 260 del decreto 3 aprile 2006, n. 152 “Norme in materia ambientale”), fatti avvenuti tra il 2008 e il 2010. Non è tanto questa ipotesi di reato  a destare scalpore (che nelle cave del Novarese, Romentino in particolare, finisse di tutto è un fatto documentato dalle molte relazioni di servizio delle forze dell’ordine) quanto l’evidente collegamento (stando almeno agli investigatori) tra le “menti” del traffico, Orlando Liati e Stefano Lazzari, e la ‘ndrangheta.
Di Liati e Lazzari, titolari della ditta di autotrasporti “ElleElle” di Binasco ci sono tracce già in altre inchieste sulla malavita organizzata. Ad esempio, nell’inchiesta del 2009 della Procura di Milano (“Parco sud”) viene sentito un imprenditore che racconta di essere stato vittima di atti intimidatori affinché si servisse di ditte legate alla ‘ndrangheta. In un passo dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Giuseppe Gennari si legge testualmente: «Ultimamente sto lavorando con la ditta “Elle Elle” di tale Orlando e tale Lazzari, di Binasco. Costoro fanno esclusivamente movimento terra e lavorano solo con i calabresi. In sostanza il movimento terra è monopolio dei padroncini calabresi ma, a parer mio, la responsabilità di tutto ciò è anche dei committenti che permettono a costoro di lavorare sottocosto. I calabresi spesso non hanno alcuna autorizzazione e soprattutto dopo gli scavi non conferiscono il materiale inerte nelle discariche autorizzate ma lo buttano in giro».

Insomma, già nel 2009 (e anni prima) era ben noto il fatto che Liati, in particolare, fosse ben collegato con elementi della malavita organizzata. Ma ci torneremo più avanti.
Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Ghinetti un capitolo vene riservato alla cava di Romentino e vengono analizzati gli atti amministrativi che portarono alla sua realizzazione e sviluppo. Scrive il Gip: «Il 23 maggio del 2003  il Comune di Romentino con deliberazione della Giunta Comunale n. 69, approvava il progetto di ripristino e recupero ambientale della “Cava Molinetto” presentato dalla ditta Vincenzino Ricciardo il 9 aprile 2003. Nella delibera si specificava che il c.d. riporto doveva essere costituito esclusivamente da terre di scavo (non rifiuti) e che dovevano essere eseguiti almeno tre sondaggi a carotaggio continuo di profondità tale da indagare sull’intero spessore dei riporti. Dagli accertamenti svolti presso il Comune di Romentino si accertava, in primo luogo, che tali carotaggi non sono mai stati effettuati e che quindi nessun effettivo controllo è stato predisposto  dall’ente comunale e dagli organi preposti (in particolare Arpa) per verificare se effettivamente quanto scaricato in cava fosse costituito soltanto da terra da scavo. Ma v’è di più. Risulta, infatti, che la ditta Ricciardo presentava una nuova proposta di accordo accolta con delibera della giunta n. 172 del 15 novembre 2005 ove l’obbligo di effettuazione dei sondaggi veniva addirittura eliminato».

Dalle indagini è emerso che Ricciardo aveva affidato alla ditta individuale di Francesco Giugni l’incarico di trovare la terra da scavo idonea al riempimento della cava, «affidandogli di fatto l’intera gestione  dell’area». Cosa confermata anche dal legale del cavatore: «Della cosa non sappiamo nulla, siamo completamente estranei all’inchiesta».
Si legge ancora nell’ordinanza del Gip Ghinetti: «Giugni contattava la “ElleElle” autotrasporti di Liati e Lazzari e le ditte  ad essi facenti capo, come la Cifa  e la Ineco sas  sempre di Lazzari Stefano & C, di cui Orlando Liati è risultato ricoprire la carica di socio accomandante. Dalla documentazione emerge con evidenza che nel 2008 e nel 2009, gli anni relativi ai trasporti indagati ed emersi nel corso delle intercettazioni, Liati tramite Giugni  aveva  la piena disponibilità della cava di Romentino. Sono gli stessi documenti di trasporto a confermare che il materiale ivi trasportato e scaricato dalla “ElleElle” eo dalle società ad essa ricollegabili, proveniva dai cantieri indicati nei formulari falsificati per essere lì interrato senza alcun trattamento pur trattandosi, come visto, di rifiuti speciali».
Insomma, un impianto del Novarese era nelle mani della ‘ndrangheta.

L’intervento di chiusura della cava è spiegato agli inquirenti da Salvatore Emanuele, nipote di Vincenzino Ricciardo: «Le operazioni prevedevano un riempimento dell’area con terra di scavo per un volume iniziale di circa 100.000 mc. Il ripristino dell’area è iniziato fine 2006 inizio 2007 ed è terminato maggio/giugno 2009. Per avere la terra di scavo ci siamo rivolti a Giugni, titolare di un impresa individuale di trasporto con sede a Gaggiano, che mi zio conosceva da tanti anni per pregressi rapporti commerciali ruotanti intorno ad un’altra cava di sua proprietà sita ad Abbiategrasso. Il rapporto con Giugni non era regolato da alcun rapporto commerciale. Aveva in pratica la funzione di mediatore/procacciatore in quanto aveva un’ampia conoscenza di ditte che operavano scavi nel Milanese. Nel ripristino è stata inviata anche terra da scavo proveniente dalla realizzazione dell’alta velocità e dalla Prologis nel comune di Romentino, dove hanno realizzato un centro logistico, che abbiamo gestito come ditta Ricciardo Vincenzino. I rapporti commerciali tra Giugni e le ditte di trasporto che poi hanno inviato le terre nel ripristino non li conosco nello specifico. Posso immaginare che probabilmente Giugni si faceva pagare qualcosa… L’ingresso nella cava di ripristino si trova a circa 1 km dalla cava dove ci troviamo in questo momento, dall’altra parte dell’autostrada. Si tratta di un’area dimessa recintata, all’ingresso chiusa con una sbarra senza lucchetto».

Ma quanto è stato sversato nella cava di Romentino? Scrive il Gip: «Dai documenti di trasporto (Ddt) e dalla documentazione acquisita (ci sono anche le tabelle Telepass, ndr) è emerso che solo nel corso del 2009 sono stati scaricati 2537 camion, tra bilici e 4 assi, mentre per l’anno 2008 i mezzi possono essere quantificati in 2444. Dal raffronto effettuato tra i Ddt acquisiti presso la cava e la documentazione acquisita presso uno dei più importanti cantieri (Carrefour di Assago) è emerso che 264 Ddt, per equivalenti 7.300 tonnellate,  hanno una provenienza  diversa da quella formalmente indicata nei documenti di trasporto. Da ciò si desume agevolmente che le quantità introdotte abusivamente, con utilizzo di documenti falsi, presso la cava dismessa siano in realtà rifiuti speciali provenienti dai cantieri indicati nei capi d’imputazione». Numerose intercettazioni telefoniche hanno riscontrato gli “ordini” di trasporto a Romentino (anche se, parlando al telefono, tutti citavano Trecate come luogo di consegna).
Migliaia di tonnellate di rifiuti illeciti venivano gettati in una cava che, almeno formalmente, era chiusa e già “ripristinata”.

Come accennato più sopra, il fatto inquietante è la conferma che la malavita organizzata è riuscita ad “avere a disposizione” un impianto. L’inchiesta di cui stiamo scrivendo è una “costola” dell’operazione “Infinito”, in cui era già emersa l’attività della “ElleElle”: «Nello svolgimento di tale attività – si legge nell’ordinanza di custodia firmata dal Gip Gennari – Liati si interfaccia con personaggi quali Pasquale Barbaro e Francesco Ietto; il primo, deceduto in Gudo Visconti  il 21 novembre del 2007, è tra i soggetti  indagati per art. 416 bis cp sia nell’indagine “Infinito” sia nell’indagine “Cerberus” , mentre il secondo è stato recentemente colpito, tra l’altro, della misura cautelare emessa dall’autorità giudiziaria di Reggio Calabria nell’ambito del procedimento penale a seguito dell’indagine denominata “Crimine”.  I rapporti tra Liati e i due citati esponenti della ‘ndrangheta sono comprovati da numerose intercettazioni captate nell’ambito dell’indagine “Infinito” dai carabinieri di Monza». A differenza di quel che è accaduto per altre indagini (ad esempio, quella che ha portato alla condanna di Rocco Coluccio), dove gli appartenenti alla malavita organizzata erano stanziali nel Novarese ma agivano oltre Ticino, in questo caso avviene il contrario: la ‘ndrangheta “colonizzava” il nostro territorio.

Volendo, ci sarebbe da capire perché nessuna attività investigativa realizzata nel Novarese (e ci risulta che   diverse relazioni di servizio siano state prodotte negli ultimi anni dalle forze dell’ordine) abbia ancora portato a risultati. Si tratta, ovviamente, di indagini complicate, da condurre con pochi mezzi, ma è difficile concepire che in due anni siano transitati quasi 5 mila camion (sei al giorno, comprendendo anche Natale e Capodanno) diretti alla sola cava di Giugni senza che nessuno abbia mai fatto una piega.

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