Bar Italia Libera… la parte per il tutto

È tutta in un aggettivo la differenza. Sempre “Bar Italia” si chiama, però, questa volta c’è una parola in più: “libera”. Eh si, perché è così che lo vorremmo questo nostro paese … libero. Il bar di via Veglia, a Torino, è una tappa di un percorso, la parte di un tutto. Una parte importante, però, che ci può aiutare a capire in modo chiaro perché l’Italia ancora non è libera e che cosa serve perché lo diventi.

Il bar viene sequestrato all’interno dell’operazione “Minotauro”, portata avanti dalla DDA di Torino, con la quale si è arrivati a disegnare la geografia della ‘ndrangheta in Piemonte, portando alla luce decine di locali e all’arresto di più di cento persone accusate di essere affiliate alla ‘ndrangheta. Il bar, appartenente alla famiglia di Giuseppe Catalano, ritenuto boss della ‘ndrangheta e capo del “crimine” di Torino, era luogo di summit e locale dove venivano fatti i rituali di affiliazione e venivano assegnate le cariche agli appartenenti dell’organizzazione. Durante le campagne elettorali molti i politici che passavano di lì per incontri e per chiedere sostegno.

Con gli arresti dell’operazione Minotauro il bar viene sequestrato. Il Tribunale, coraggiosamente, prima  della confisca definitiva decide di affidare l’esercizio commerciale alla cooperativa Nanà (del circuito di Libera) affinché l’attività continui, si crei lavoro, non si dia il segnale che con gli arresti si fermi tutto. La traduzione in esperienza di tutte le volte che nelle scuole raccontiamo “non basta la repressione, servono la cultura e il lavoro”. E’ tutto lì in quel bar sequestrato e riutilizzato in pochi mesi. Come a dire “nessuno libera nessuno. Ci si libera insieme”.

A volte accadono queste alchimie straordinarie dove si incontrano una giustizia che funziona con una società civile responsabile, pronta a fare la propria parte. Gli ingredienti sembrano esserci tutti, ma… ecco che arriva il “ma”. Il giorno dell’inaugurazione della riapertura del bar finalmente liberato, arrivano tutti: magistrati, forze dell’ordine, associazioni, cittadini. C’è il procuratore capo Caselli, i vertici delle forze di polizia, don Luigi Ciotti. Si nota, però, un grande assente: la politica. Ad esclusione di Davie Mattiello e Gianpiero Leo, nessun politico ha partecipato all’evento. Non il sindaco, non un componente della commissione comunale antimafia, non un esponente della Provincia e nessuno in rappresentanza della Regione.

Il procuratore Caselli, qualche giorno dopo, in riferimento all’accaduto e ad altri fatti nazionali, portando il punto di vista di chi ha dedicato l’intera vita alla lotta al terrorismo e alle mafie, ha denunciato “l’indifferenza e la sottovalutazione della politica nei confronti della criminalità organizzata”. Parole chiare e semplici, che legano la parte al tutto e che ci raccontano ciò di cui ha bisogno l’Italia. Un’Italia che continuiamo a sognare diversa, nella quale i politici mettono tra le priorità la lotta alle mafie, il riutilizzo sociale dei beni confiscati,  sanno riconoscere l’importanza economica, sociale e simbolica di un bene sottratto alle mafie e restituito alla collettività e non solo vanno all’inaugurazione di questi beni, ma ci portano le scolaresche perché vedano l’epifania della nostra Costituzione.

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