Speciale cave di “Parole Strabiche” con un’intervista alla dott.ssa Stefani: il settore è un far west

Lanciamo il numero speciale di “Parole Strabiche” dedicato interamente al mondo delle cave con l’intervista effettuata da Domenico Rossi, responsabile dell’Osservatorio alla dott. ssa Alessandra Stefani, comandante regionale del Corpo Forestale dello Stato in Piemonte.

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Dott.ssa Stefani, come giudica l’impianto normativo regionale che regola il tema delle cave?

La legge regionale 69/1978 fu elaborata da Regione Piemonte in virtù della delega a gestire determinati argomenti ricevuta con la regionalizzazione del 1977 e  mai più ritoccata. A fianco della norma vigente in senso stretto, però, sono stati approvati una serie di atti pianificatori, il DPAE, per esempio, norme di piani regolatori o di pianificazione sovraordinata, che comunque finiscono per integrare la legge che oggi è sicuramente obsoleta. In realtà, se giudicassimo il settore solo sulla base della norma faremmo un errore clamoroso, perché nelle Province dove sono stati fatti piani cave e in sede di pianificazione sovraordinata regionale, molto di buono è stato fatto. Ad esempio,   rispetto alla normativa in senso stretto, a Novara, sono stati fatti passi avanti, ma certamente esistono ancora grossi limiti normativi, che la pianificazione non può colmare.

Quali sono i limiti che ancora occorre superare?

In primis le sanzioni che sono ferme all’importo calcolato allora, nel 1978, e mai più aggiornate, nonché non proporzionali al materiale irregolarmente estratto e che quindi non hanno più  alcuna forza deterrente. Il provvedimento sanzionatorio anche non ingente per valore può avere un effetto deterrente se abbinato, ad esempio, ad alcune sanzioni commerciali; oltre ad aggiornare il livello della sanzione dal punto di vista pecuniario, si potrebbe pensare ad una specie di moratoria a contrarre con la pubblica amministrazione,  oppure l’esclusione da un albo in modo da intervenire sulle ditte più volte sanzionata e premiare le ditte oneste. In altre parole senza inasprire le sanzioni si potrebbe inserire una serie di pene accessorie, non pecuniarie, che valorizzino maggiormente chi è in regola. Questo, però, non può che essere previsto in sede di legge.

Altro aspetto limitante è quello della  mancata applicazione dell’articolo 17 della legge regionale vigente: «la concessione e l’autorizzazione si estinguono per decadenza, qualora il coltivatore non osservi le prescrizioni contenute nel decreto di autorizzazione o di concessione». A mia notizia, questo articolo 17 non è mai stato applicato pur avendolo io stessa sollecitato per plurime violazioni e ripetizioni sempre della stessa sanzione da parte della medesima ditta nello stesso sito estrattivo e nell’arco di un breve periodo.

Il terzo aspetto riguarda le bonifiche agrarie. Il discrimine tra un intervento agronomico e un intervento estrattivo è quanto mai labile e non è mai stato normato, nemmeno  a livello nazionale. C’è una ampia giurisprudenza, ma di orientamento contrastante.

 

La norma deve essere emanata a livello nazionale o la Regione potrebbe occuparsene ugualmente?

La Regione potrebbe normare e colmare questo aspetto, almeno dando una linea di indirizzo, delle linee guida. Occorre infatti poter discriminare tra un intervento migliorativo del fondo agricolo a tutela della coltura agraria e un intervento che, in realtà, ha l’obiettivo di utilizzare la ghiaia come prodotto finale.  A volte agli agricoltori viene riconosciuto un reddito  in cambio di una  bonifica agraria che nei fatti non è necessaria, al punto che il guadagno è ben superiore al guadagno della coltivazione agricola più redditizia.

 

Alcuni di questi casi hanno interessato anche la nostra Provincia di Novara. Sono state coinvolte anche le ditte facenti capo a Lanfranco Vicario, consigliere provinciale della Lega Nord, già presidente della commissione ambiente per la Provincia.

 

Si , ne sono al corrente. Le dimissioni sono state un provvedimento molto opportuno, in quel caso.

 

A proposito di questo: molto spesso le inchieste delle DDA del Nord Italia hanno indicato il settore del movimento terra come particolarmente a rischio quando si parla di mafie al Nord. Qual è il suo punto di vista? 

E’ notorio che l’avanzata della criminalità organizzata nelle aree del Nord, in particolare della ‘Ndrangheta, è legata a una serie di filoni particolari come il trattamento di terre, rocce da scavo,  movimentazione e seppellimento di rifiuti, per riportare a livello quanto apparentemente bonificato. I noli a caldo in edilizia, anche di piccolo cabotaggio, rappresentano uno dei filoni che si è scoperto essere tra i più redditizi per questo sistema di infiltrazione della criminalità organizzata nel tessuto economico lombardo e piemontese.

 

Come si potrebbe arginare il fenomeno?

A suo tempo si era rivelata molto positiva la presenza del CFS all’interno della Conferenza Cave provinciale a Novara, e nei procedimenti VIA dove portavamo il contributo sull’impatto ambientale, senza entrare in altre questioni di natura autorizzativa, a meno che non ci fossero vincoli idrogeologici. Questo ci permetteva di portare all’interno della conferenza alcuni elementi di criticità derivanti dalla nostra esperienza e conoscenza del territorio.

La collaborazione è cominciata con la Giunta Cattaneo, appena nominata Comandante provinciale a Novara e si è protratta con tutte le Giunte provinciali successive fino alla Giunta Sozzani. Dall’anno scorso, però, non ci è più consentito partecipare a tali attività, perché sono cambiati i termini della convenzione CFS/ Regione Piemonte. In altre realtà provinciali però nonostante ci fosse questa possibilità, la medesima opportunità non è stata colta.

La norma piemontese, infatti, riunisce in un solo provvedimento sia l’espressione del parere di compatibilità ambientale sia l’espressione di tutte le autorizzazioni in capo agli organi facenti parte della conferenza dei servizi.

 

Secondo lei è meglio?

La coesistenza dei due procedimenti autorizzativi è anche  garanzia di velocità del procedimento. Nei confronti delle imprese e delle aziende che aspettano le nostre autorizzazioni è assolutamente sacrosanto. Questo ha anche il pregio di mettere seduti insieme e obbligare a confrontarsi tutti i titolari delle autorizzazioni, che quindi sono obbligati a dare un parere capace di portare a un risultato che è quello di autorizzare o negare un intervento. Pertanto, come CFS, dove non avevo una potestà autorizzativa, quindi fuori vincolo idrogeologico, non ho mai espresso un parere autorizzativo, limitandomi al contributo della mia Amministrazione alla determinazione del possibile impatto ambientale e all’individuazione di possibili soluzioni mitiganti ove l’impatto ambientale si rivelasse ingente, oppure all’individuazione dell’incompatibilità del progetto con il quadro normativo regolamentare e pianificatorio esistente. Credo che questo non fosse esondare dal mio ruolo. La Provincia di Novara, dall’epoca della giunta Pagani ha sempre accettato questa collaborazione, anzi cercata, perché era grata di questo mio ruolo; dico “mio” perché lo facevo veramente io, come Comandante Provinciale, in una sorta di separazione degli incarichi tra chi faceva le indagini e chi invece andava a essere testimone in campo autorizzativo. Il dottor Lattanzio era a capo del Nucleo investigativo, e compiva indagini in totale autonomia. In questo modo le due figure erano separate, dando una garanzia di reciproca indipendenza. È stato un buon periodo e abbiamo fatto delle buone cose; secondo me, ma anche secondo il giudizio degli altri. Anche perché c’era un’apertura lungimirante da parte della giunta Pagani, che è stata mantenuta dalla giunta Vedovato e che, con la Giunta Sozzani,  era iniziata nello stesso senso ma ha dovuto forzatamente modificarsi alla luce della nuova convenzione con la Regione Piemonte, con cui la collaborazione prosegue in maniera ottimale in altri settori quali l’antincendio boschivo.

Secondo lei un organo unico autorizzativo semplificherebbe la procedura? Oppure delle regole condivise dai diversi territori.

Ci vorrebbero delle linee guida di orientamento regionali che semplifichino i procedimenti senza ridurre le capacità di approfondimento dei temi delicati, quali l’impatto ambientale, che tutte le Province dovrebbero seguire. Il Piano Cave, però, il D.P.A.E. (documento di Programmazione delle Attività Estrattive), in teoria dava una linea di indirizzo. Tardano i piano provinciali ad essere approvati in tutte le province.

 

Su questo le vorrei citare due casi novaresi che mettono in evidenza come ci siano delle criticità anche in presenza di un piano cave avanzato come quello della Provincia di Novara, che si è anche dotata di un Protocollo grazie alla Prefettura. Abbiamo il caso di Casalvolone, della ditta “Ec.Am.”, dove il Tar blocca la ditta che aveva ricevuto l’ok della Conferenza dei Servizi per una serie di motivi, tra i quali anche la violazione del Piano Cave. Poi c’è la questione controlli: l’assessore Nava dice “la Provincia non può controllare tutto, ci vogliono i sindaci”, nonostante quanto previsto dal protocollo fatto con la Prefettura di Novara.

 

Il prefetto Amelio, cui va un commosso ricordo, era molto convinto della necessità del protocollo, e quello di Novara, a mia memoria, è tra i più avanzati, anche grazie al frutto di quello che noi da anni portavamo alla sua attenzione e che non poteva trovare soluzione con la già citata attività sanzionatoria. In realtà, non essendoci una tutela penale, i magistrati e le altre forze di polizia tendevano a sottostimare la tematica. Solo dopo l’omicidio Marcoli si sono accesi i riflettori, purtroppo. Prima eravamo delle vox clamantis: il nostro lavoro non veniva valorizzato,le sanzioni non avevano la giusta deterrenza ed ecco perché la nostra presenza alle Conferenze di Servizi consentiva di spostare l’attenzione sulla prevenzione,  al tavolo autorizzativo.  Quello che ho trovato sorprendente, ma in negativo, è che molte volte è toccato fare a me, in quegli anni, la parte di chi diceva: «Questa autorizzazione non è compatibile con questa pianificazione, questa autorizzazione non è compatibile con le norme sui rifiuti…». Dunque io dico: il contributo in sede preventiva di una forza di polizia era una sorta di asseverazione di legalità preventiva, per non lasciare al Tar il compito di esprimersi in merito alla legittimità amministrativa di un provvedimento. Tipico esempio degli atti pianificatori tendenzialmente sottaciuti in quegli anni era il  “Piano approfondimento Ovest Ticino” e tutto ciò che esprimeva in materia di attività estrattive.

 

Secondo lei le difficoltà dei piccoli Comuni ad occuparsi al meglio di questi problemi derivano da motivi economici o da un mancanza di competenze tra gli uffici?

A volte è fortissima la mancanza di tempo e le difficoltà tecniche di approfondimento. In tante occasioni certi Comuni, certi sindaci mi dicevano: «Ma io ho un tecnico comunale tre ore alla settimana, un giorno alla settimana… come pretende che io dica a questo di andare a vedere in cava un giorno sì e l’altro pure? Non riesco neanche a mandare avanti i permessi di costruire». Su questi  tecnici comunali, che prestano il loro servizio in tanti piccoli Comuni, grava una ingente quantità di incarichi, anche solo nel controllo dell’attività edilizia. Attività che il DPR. 380 mette in capo ai Comuni, mentre la Regione non esercita più un controllo preventivo di legittimità.

 

Una strada potrebbe essere un’unione dei servizi, come proposto anche da Libera Piemonte in occasione della campagna L10…

Certo, bisognerebbe andare in quella direzione.  Una sorta di spinta a non controllare, o comunque a lasciar fare,  deriva  anche da una specie di pressing: tutte le volte che mandavo uno dei miei ragazzi in cava i gestori chiamavano e  la prima cosa che dicevano era: «Se mi fate la sanzione io lascio a casa trenta persone»..Pur con grossi scrupoli di coscienza da parte dei miei operatori e mia, noi, quando abbiamo riscontrato irregolarità, abbiamo sempre emesso la sanzione. Ma si metta nei panni di un sindaco in un momento dove l’attività è così ferma e la disoccupazione è altissima….

 

Sì, anche se questo (la forte crisi occupazionale) è un problemi degli ultimi 3, 4 anni

Di fatto questo atteggiamento, che risale almeno a 10-15 anni fa, si è spesso rivelato  un alibi. Non ho mai visto nessuno che ha licenziato qualcuno a causa di una sanzione.

Credo che la vigilanza lasciata solo agli enti locali nelle condizioni di emergenza di bilancio in cui si trovano non sia, in un territorio così delicato, garanzia di efficacia;  anche senza pensare a fenomeni corruttivi, di natura penale o, addirittura, a fenomeni di vera e propria pressione  con paura, minacce e tentativi di ricatto. Credo che anche il miglior tecnico comunale, e ce ne sono tanti, non riesca a vigilare su tutto e tutti nel territorio che gli è affidato.

 

Lei ha avuto modo di osservar direttamente questo tipo di pressioni?

E’ stato fatto anche nei miei confronti: minacciare di chiedermi 200 mila euro di danni per aver, in sede preventiva, detto che un particolare genere di intervento non poteva essere considerato una bonifica.

 

Se una persona, una ditta, è condannata a vario titolo, addirittura per questioni legate alla criminalità organizzata, per l’attività del movimento terra, non sopraggiunge una limitazione a partecipare a lavori pubblici in questo settore?

C’è l’interdizione dai pubblici uffici, se previsto, e dopo la condanna definitiva.

 

Una sorte di “far west”?

Esattamente! Ecco perché dicevo che sarebbe importantissimo avere una deterrenza accessoria, nella nuova legge, che consenta di escludere chi sta violando  le regole amministrative da altre concessioni, almeno in via temporanea; magari ancorandosi alla reiterazione di  sanzioni amministrative.

 

Si potrebbero creare delle “white list”?

Questo è un procedimento nel  buono, che va nella direzione di premiare chi lavora bene. L’Associazione Industriali di Novara aveva già immaginato negli inizi degli anni 2000 una white list di aziende  che avevano aderito all’ISO 14001,  e si impegnavano ad aderire al rispetto di una serie di criteri sostenibili nello sfruttamento delle risorse. La Provincia potrebbe potenziare questo aspetto nel punteggio che  si deve acquisire per aderire al Piano Cave. In certa misura è già previsto, ma potrebbe essere ancora più spinto.

 

Il rischio è quello di cambiare sulla carta, ma non nella realtà.

Serve una deterrenza effettiva. Si potrebbero applicare delle sanzioni con un criterio di proporzionalità, in base alla quantità abusivamente estratta, ad esempio. Oggi non è così e questo porta, invoglia a scavare di più.

Un altro aspetto da valutare è limitare l’estrazione del materiale buono, incentivando così l’utilizzo di materiale di recupero proveniente da demolizioni; materiale povero, che quindi non vale la pena trasferire a tanta distanza, perché il costo del carburante, in sostanza, triplica il costo del materiale.  Agevolare, come a Novara  dalla giunta Pagani in poi era stato fatto, le autorizzazioni a riciclare in procedura semplificata (all’epoca si applicavano gli artt. 31 e 33 del decreto Ronchi, adesso il testo unico ambientale) il materiale di risulta delle demolizioni, vagliato e pulito . Una soluzione applicabile per i sottofondi stradali, i vespai e quant’altro, dove non serve la ghiaia buona; non certo percorribile in altri casi, come per manufatti da cemento armato. Se c’è una grossa pluralità di imprenditori che ha disponibile questo materiale a breve distanza da dove avviene il cantiere, diventa economico rispetto alla ghiaia e certamente più sostenibile.

 

Alla ghiaia e, a maggior ragione agli scarti di fonderia, che quando si parla di strade spesso sono utilizzati.

Rifiuti di fonderia bonificati. Poi, però, bisogna andare a vedere se è vero che sono stati opportunamente trattati.

 

L’incentivazione di elementi di recupero, in alcune gare d’appalto, porta risultati positivi. Per la tangenziale di Romagnano per esempio, in sede di VIA avevo chiesto e la Provincia aveva giudicato positivamente la proposta, un’integrazione del progetto, inserendo un contributo minimo di materiale recuperato: il 20%, mi pare, per realizzare i sottofondi e le parti a raso. Stimolando la domanda si moltiplicò l’offerta, tanto che nel giro di 5 anni eravamo passati da 3 impianti autorizzati  a 33, in procedura semplificata.

 

Passando alla discarica di Ghemme, anche in questo ambito il Suo contributo fu importante in termini di autorizzazioni.

Lì la questione  era essere sicuri che il materiale non arrivassero da Pioltello senza le dovute garanzie. Fu una delle ultime questioni che ebbi modo di affrontare con l’Assessore provinciale all’Ambiente prima di venire via da Novara. Abitando a Milano ero in grado di raccontare cosa stava succedendo a Pioltello,  cioè della tempistica strettissima, salvo enormi penalità da parte dell’Unione Europea . E la fretta raramente va di pari passo con l’accuratezza delle procedure e l’efficacia dei trattamenti  .

 

A tal proposito risultano delle indagini per tentativo corruzione.

Non si può condannare nessuno prima di avere le prove, ma sapendo che c’era una partita così importante, le barriere andavano alzate come sempre in sede preventiva, chiedendo garanzie e certificazioni.

 

Anche oggi sussistono evidenti problemi sui controlli, tutti in mano ad Arpa, ma che   più volte sollecitata non risponde alle nostre domande per fare chiarezza.

 

Il problema dei controlli  in generale è un problema non semplice, anche l’attività di controllo fatta dalle Forze di Polizia ha  connotati di difficoltà, quando si scontra con elementi tecnici in costante evoluzione. Un quadro normativo  a tratti ancora approssimativo, la necessità di conoscenze tecniche molto approfondite in tantissimi settori e quella di avere dei riscontri di analisi chimiche in tempi brevissimi, quali quelli che ci chiede la Magistratura, contribuiscono a rendere complicate le procedure. Nessuno è in grado di quantificare con esattezza i tempi necessari al controllo. E quindi, quando i risultati delle analisi arrivano, anche dopo poco tempo, chi volevi” pizzicare” è già scappato.

 

Inoltre, in attesa degli esiti, non si sa se il trasporto dell’eventuale materiale illecito continui o meno e, quindo si dovesse scoprirlo, ormai è stato conferito.

 

L’efficacia dei controlli è attenuata rispetto alla capacità che chi vigila sul territorio potrebbe spendere. Dopodiché, fare una vigilanza avendo i gradi e l’uniforme è una cosa, fare una vigilanza essendo un civile tecnico è un’altra cosa ancora. Le pressioni che si ricevono sono diverse e il lavoro degli operatori di Arpa, che io stimo molto in generale, è un lavoro difficile.

 

Così come quello del funzionario scrupoloso.

Io credo che in questo caso Libera possa fare molto per sensibilizzare l’opinione pubblica a sostegno dei funzionari per bene e delle persone che svolgono i controlli con dovizia, svincolati dalle opportunità politiche che, a volte, l’assessore di turno potrebbe avere nel dire: «Non insistere, lascia perdere, smussa un po’, non è il momento, dai adesso aspetta un attimo… la crisi economica ecc ecc ecc». Sono tanti, variegati, anche non volendo pensare  male, ipotizzando atti a fini corruttivi e concussivi veri e propri, gli episodi in questo senso. Dazioni in senso ampio, o gli episodi di scambi di voti… Anche fermandosi a questi malcostumi, è chiaro che un ruolo forte della pubblica opinione, riunita in gruppi di pressione sugli organi politici perché lascino lavorare gli organi di controllo , potrebbe essere molto interessante. Il personale che indossa un’ uniforme è un pochino più al riparo da questo fenomeno. Anche nei miei confronti, ogni tanto qualche Sindaco ha tentato di esercitare un certo condizionamento, ma io lasciavo passare, poi, se ritenevo che le cose si dovessero fare, le ho sempre fatte. A parte quell’episodio già citato dei 200 mila euro di danni, che è stata forse l’attività di pressione più forte, che più mi ha fatto male in tanti anni di lavoro. In assoluto, direi che sono riuscita a fare il mio lavoro, in pochi come eravamo, in maniera tranquilla e che ho trovato tantissimo sostegno e collaborazione da parte di tecnici e politici  seri e leali.

 

Come sono regolate le Cave di prestito? Qualcuno sostiene che siano fuori regolamentazione.

Le cave di prestito sono regolate dalla legge 50, che è un “non regolamentarle” nei fatti. Lì è molto più complesso: c’è la legge obiettivo. Quando sussiste una scelta politica su un investimento in un’opera pubblica, ci sono tutta una serie di tentativi sacrosanti di accelerazione di certi procedimenti. Sappiamo che alcune infrastrutture sono vitali per il nostro Paese, per gli imprenditori. Il ragionamento è che, se da un lato si comprende la volontà di accelerare alcune procedure, dall’altro questo non può essere patteggiato con una deregulation totale delle problematiche, delle cautele in termini di ambiente e in termini d’impatto sul territorio. Ad esempio,  ho davvero fatto tanta fatica per non far diventare una discarica quello che era rimasto della cava di prestito per il passaggio dell’autostrada e della Tav da Trecate, in locaslità San Martino, con la scusa che il progetto di rimboschimento, al suo tempo approvato a termine delle operazioni e realizzato come da progetto, era fallito. Ho sostenuto che il bosco doveva comprendere almeno 12 ettari e che, anche se il rimboschimento era  fallito, il vincolo derivante dalla prescrizione restava presente; è stata dura. Bisogna dare atto che l’allora Commissario prefettizio del Comune di Trecate, la dottoressa Vilasi, è stata altrettanto categorica.

 

A fronte della sua esperienza, può dire che le cave di prestito sono più a rischio di sversamenti?

Sì, per questo è importante velocizzare alcune procedure autorizzative, che a volte comportano delle storture nel procedimento che però cadono nel momento dei controlli. E poi i ripristini: non c’è una sanzione per chi non li esegue, o se li esegue e nel tempo non si evolvono completamente, non c’è sanzione per chi lavori in difformità rispetto alla VIA. Questo è un problema nazionale, assurdo, completamente sbagliato.

 

Qui s’inserisce tema fideiussioni.

Certo, qualche certezza in più possono portare, ma teniamo presente che quando torniamo indietro di 25-30 anni… Senza contare che c’erano delle fideiussioni a scadenza: non escusse entro una determinato tempo, sparivano e ritornavano nei fondi di chi le aveva richieste.  

A Oleggio abbiamo un procedimento contro un funzionario per questo.

 

Questo è un vulnus, chi non ripristina, al di là della fideiussione, deve subire una sanzione. Se il ripristino non viene fatto o, a distanza di 5 anni, 10, 15, quanti che siano, la fideiussione non risulta efficace, ci deve essere una sanzione. Perché io ho continuato a vedere cave non ripristinate, con progetti di ripristino mai fatti, che diventavano la scusa per dire: «Allora per ripristinare la riempiamo di rifiuti…».

C’era addirittura uno studio di liberi professionisti specializzato nell’andare a setacciare il territorio sulle cave abbandonate e non ripristinate  per poi metterci dentro i rifiuti.

 

Le dinamiche: si può conoscere chi muove la terra? Ci sono registri, bolle, o altro? A chi spettano prevalentemente i controlli su chi lavora? Alle Forze dell’Ordine o ai civili?

A entrambe le parti.

 

Solo che l’unico modo per essere certi di quello che arriva sarebbe stare lì a vedere se passa il camion…

Di solito si guarda quanto è approfondito lo scavo, da quello si riesce a capire con una buona approssimazione quanta roba è andata fuori, ma ecco il trucco di rialzarlo nottetempo o all’alba con limi o altre sostanze: molto facile. Anche andare a vedere cosa c’è sotto è costoso, complesso, e non sempre efficace. Sei fortunato se c’è sotto metallo, perché lo puoi rilevare; se è solo limo, è inerte.

 

A Novara, inoltre, c’è un evidente problema di sotto organico. Sa qualcosa su come si evolverà la cosa?

Adesso non lo so, io ho fatto delle proposte al mio Ispettorato. Il problema della carenza di funzionari è generalizzato in Italia, quindi è difficile trovare dei funzionari che vogliano venire a Novara a lavorare. A Vercelli è ancora peggio, perché il dottor Lattanzio sta reggendo anche l’interim a Vercelli, che è totalmente scoperta. E’ una delle tematiche più urgenti.

 

Nei giovani operatori sta crescendo la cultura dell’importanza di questo?

Sì, nei nostri ragazzi a Novara e a Vercelli certamente.La carenza di organico è diffusa dappertutto, ma i ragazzi hanno l’orgoglio del lavoro e devo dire che, complessivamente, i risultati che otteniamo, pochi come siamo, li dobbiamo a questo: alla consapevolezza del lavoro. Il mio ruolo e quello del dottor Lattanzio, dei collaboratori che abbiamo nelle altre Province, è mosso al 90% dalla passione, dalla professionalità e dalla convinzione personale. Altrimenti, con le difficoltà degli uffici pubblici, quelle di bilancio, di riparare gli automezzi, di avere anche solo la benzina verrebbe voglia di mollare; ma questo discorso i ragazzi non l’hanno mai fatto.

Cave, mafie e veleni in prospettiva: è una constatazione preoccupata?

Sì, per me è una constatazione preoccupata: Novara, Vercelli, la parte meridionale della Provincia di Biella e il torinese fino a Chivasso. Lì ho certezze, evidenze, che il tentativo di illecito è forte nel settore estrattivo. La sensazione che l’interesse criminale ci sia deriva dalla semplice constatazione  che l’attività estrattiva, in generale, non è calata e, ciò nonostante, l’edilizia resta ferma. Questi due dati non si sovrappongono. E’ banale come osservazione, ma per me è un indice da valutare con attenzione.

A chi possiamo chiedere dove va tutta questa roba?

Agli industriali, perché io credo tanto in un coinvolgimento, in positivo, delle organizzazioni datoriali. A Novara c’è una cultura forte, una attenzione al settore estrattivo che si è creata da tanto tempo,  e deve essere diffusa a livello regionale. Un altro aiuto lo può dare chi si occupa di cave a livello di pianificazione regionale. Come cercare di incentivare tutti i meccanismi positivi. Senza rinunciare, però, a rivolgere la stessa domanda: “se il mercato edilizio e dei lavori pubblici è fermo, perché si continua a scavare?”.

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