Un incontro buffo

Quando mi chiedono qual è il tuo tesoro più prezioso, rispondo sempre “aver un buon libro in tasca”. Ci sono dei libri che lasciano il segno o meglio delle impressioni. La prima volta mi è capitato con “Se questo è un uomo” di Primo Levi, avevo 14 anni. Poi a 20 anni leggendo “Un anno” di Giuseppe Fava prima raccolta completa di tutti i suoi articoli su I Siciliani. Ricordo “l’agitazione” che provai leggendo quelle inchieste giornalistiche, che poi inchieste non erano. “Dove emigrano i siciliani?”, “La sindrome Catania”, “ I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, “Quanto costa un buon killer”, “I missili di Comiso”, “Le donne siciliane e l’amore”… Leggevo e quelle pagine volavano insieme al vento di scirocco. Ed io seduto su una banchina di legno sul lungomare dello Stagnone di fronte l’isola di Mothya. Un’immagine un po’ bucolica e ricercata nella mia Marsala. Leggevo e insieme a me volavano in aria Palermo, Catania, Siracusa, Palma di Montechiaro, Marina di Melilli, Tortorici, Palazzolo. Il cuore cupo della Sicilia. Quella Sicilia di fatti veri che racconta mio nonno. La Sicilia misera, affamata, gentile, malinconica, grigia, rassegnata, desiderosa, conquistatrice.

Pippo, aveva il gusto (non l’ostentazione) della cultura e della condizione contadina da cui proveniva, pure egli praticando la modernità e il dinamismo del cittadino e del cosmopolita. Guardava l’Europa e il mondo, ma avendo scelto come prospettiva privilegiata la Sicilia. Il suo era uno sguardo che proprio perché tendeva a proiettare la Sicilia in Europa, per ciò stesso si identificava con il punto di vista della Sicilia. Aveva una visione apocalittica e una predilezione per la lotta. Non scriveva per placare, tanto meno per assolvere, bensì per agitare. E agitava pure me. Il suo modo di scrivere era conseguente al suo essere. Era il suo modo d’essere. La scrittura era perciò imputatoria e blasfema. Nessuna finalità catartica né il giuoco estetico l’animava. Lo scrivere insomma faceva parte del lavoro di Giuseppe Fava, del suo continuo impegno umano e civile. Romanzo, teatro, cronaca o inchiesta giornalistica, non venivano di volta in volta scelti per una preferenza di generi, ma per quei destinatari che non erano in grado di avvertire la immediata tragicità che balza alla cronaca. Destinatari come me, ad esempio.
Fu questa esperienza narrativa a catapultarmi in Libera.
Incominciai a militare nell’associazione della mia città a Novara cercando di usare lo stesso sguardo, la stessa passione, la stessa ideologia.

E’ il 5 Gennaio 2013, sono passati 29 anni dalla sua morte. A Catania tira un gelido vento in Via Giuseppe Fava 62. Intorno palazzi pallidi a geometria quadrangolare. Due uomini anziani occupano un panchina animati da qualche sciarra (litigio). Gente molta. Ma è un’illusione. Oggi c’è Catania – Torino allo stadio Angelo Massimino. Faccio un gesto istintivo, controllo l’orologio, come se ci fosse una specie di fuso orario. Ma non di qualche ora, ma di anni. E’ invece è il presente. E sempre l’Italia. L’Italia che per prima si dimentica. Ma non tutti.

Davanti alla lapide di Pippo c’è Attilio Bolzoni. Scambiamo qualche parola. Anche lui incontrò Fava nei suoi scritti. “Pippo non era un giornalista locale, ma un giornalista nazionale e impressionista”. Come Renoir disegnava la sua terra con le parole. Non solo. Pippo era anche un valido regista. Me ne rendo conto la sera, dopo aver assistito alle sue  “Opere buffe” nel circolo Zo di Catania. Opere buffe è una delle sei puntate dedicate alla Sicilia, prodotte a fine anni settanta per la Rai e mai mandate in onda. E non a caso. Troppo puntuale, chiara, dettagliata, ironica, impietosa la denuncia della devastazione del territorio di Siracusa, città vestigia del “tempio greco e della grazia barocca”, avvelenata dall’insediamento del polo petrolchimico Migas. Un territorio fatto scempio dalla mala amministrazione e dall’uso dissennato di denaro pubblico. Un territorio che ha sprecato scuole, imprese, reti sociali per estrarre dello zolfo ormai fuori mercato. Un territorio che continua a puzzare, ancora oggi.

Quello di Pippo fu un atto d’amore e di ricerca della verità. Amava il suo territorio come lo amava Peppino Impastato (forse un caso che la data di nascita coincide con il giorno della sua morte), Cosimo Cristina, Mauro de Mauro, Mauro Francese, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Beppe Alfano. Questo è quello che ho imparato. Questo è quello che ha imparato Parole Strabiche. Un tesoro da custodire. Stare nel nostro, nel piccolo, raccontare quello che si vede e si vive, parlare di quello che si conosce. Senza retorica, senza celebrazioni, semplicemente nel nostro stile.

 Giuseppe Passalacqua

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