Chivasso da il Colpo di coda

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Si parla del colpo di coda di Minotauro, che ha scatenato la procura di Torino, provocando nella notte tra il 22 e il 23 ottobre 22 mandati di arresto nel chiavesse. Ma non è mitologia.

“Colpo di coda” rappresenta l’ennesima costola generata dalle indagini dell’operazione Minotauro, che l’8 giugno del 2011 sconvolse il Piemonte con oltre 140 arresti e lo smantellamento di una decina di “locali” di ‘ndrangheta solo nell’hinterland torinese.
L’operazione viene attuata con urgenza. Quattro sparatorie a Chivasso avevano ultimamente alzato i toni rispetto ad una presunta riorganizzazione della ‘ndrangheta, successivamente a Minotauro.
Tra i reati presunti compaiono quello di associazione mafiosa, di traffico di stupefacenti, di porto e detenzione illegale di armi e di intestazione fittizia di beni, ma è sul campo elettorale che si sarebbe consumata la vera attività criminale dell’organizzazione.

“La ‘ndrangheta ha determinato l’esito complessivo delle elezioni amministrative comunali svoltesi in Chivasso nel 2011 – scrivono i magistrati – consentendo l’elezione di un sindaco che assicurasse al sodalizio criminale non solo appalti e commesse pubbliche, ma anche di entrare “fisicamente” nella giunta e di ampliare il proprio giro di affari e di influenze nelle attività economiche”. Questo scrivono i pm riferendosi alla turnata elettorale del maggio 2011, che portò alla carica di primo cittadino il sindaco Gianni De Mori, sostenuto da una coalizione di centro-sinistra.
L’attività elettorale dell’organizzazione, coordinata secondo l’accusa da Ferdinando Cavallaro e rappresentata politicamente da Bruno Trunfio, quest’ultimo vice segretario locale dell’Udc e arrestato l’anno scorso con il padre durante l’operazione Minotauro, non sarebbe inizialmente andata oltre il supporto alla lista dell’Unione di centro, capeggiata da Massimo Striglia, salvo poi esplicitare in fase di ballottaggio la propria disponibilità ad allearsi “con chi offre di più”.

La decisione di non supportare inizialmente nessuno dei due candidati favoriti si dimostra strategica, in quanto permette di avanzare una terza candidatura e di acquisire un peso specifico decisivo per trattare le condizioni. Divenuti ago della bilancia e potendosi giocare circa il 7% dei voti, l’accordo si sarebbe intavolato con toni spregiudicati verso entrambe le parti politiche, “il cui atteggiamento – si legge dalle carte– non è mai stato di chiusura o di censura, ma di accettazione o di rifiuto per mero e diretto calcolo di interesse e di peso numerico”.
De Mori si assicura l’appoggio e vince con 309 preferenze di scarto sull’avversario. Ma l’entusiasmo dura poco, perché a meno di un mese di distanza arrivano gli arresti di Minotauro e, dopo una lunga convalescenza per motivi di salute, il 31 gennaio 2012 il sindaco rassegna le dimissioni (motivo per cui il Comune non viene sciolto dalla commissione prefettizia).

Comprendere quale è stato il volume effettivo di voti mossi dalla ‘ndrangheta non è semplice. Forse De Mori avrebbe vinto lo stesso, solo con uno scarto di voti minore. Forse sarebbe andato incontro ad una rovinosa sconfitta e l’appoggio della cosca sarebbe stato così decisivo. Certo poi non possiamo pensare che tutto il 7% dell’elettorato di centro appartenga, per il solo fatto di votare UDC, ad una famiglia contigua all’organizzazione criminale.
Fa sicuramente riflettere, però, il dato elettorale delle elezioni 2012, dove il partito di centro ne esce con circa 400 voti, contro gli oltre 1150 dell’anno prima. Perdere più di 65 punti percentuali in 12 mesi non è da tutti.

La facilità con cui la ‘ndrangheta si configura come attore elettorale organizzato nei piccoli comuni, muovendo voti, occupando i luoghi del potere e dell’imprenditoria in un contesto di generale ignoranza (se non favore) istituzionale sembra avallare la metafora usata da Dalla Chiesa nel suo recente libro “Buccinasco”: come una lama nel burro.

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