Quando la politica svende la sovranità

Arena, ex sindaco di Reggio Calabria: “il mio onore è salvo; chi pensa che il commissariamento servirà davvero a risolvere il problema della ‘ndrangheta?”

Africo; Amantea ; Bagaladi; Borgia; Botricello ; Bova Marina; Briatico; Calanna; Camini; Careri; Ciro’; Condofuri; Corigliano Calabro; Cosoleto; Delianuova; Fabrizia; Gioia Tauro.
Questi sono solo i primi della lunga lista dei 52 comuni calabresi sciolti per mafia, ed è labile il confine tra infiltrazioni e contiguità mafiose.
Il 10 ottobre la lista acquista anche il primo capoluogo di regione, Reggio Calabria, e siamo a 53.

A Palazzo San Giorgio, sede del comune di Reggio Calabria, il 20 gennaio scorso si insediò una commissione d’accesso prefettizia che valutò il rischio di infiltrazioni mafiose, in seguito alla relazione dell’ex prefetto Luigi Varratta inviata al Viminale.
Sei mesi dopo arriva la relazione finale, in cui emergono legami tra alcuni amministratori e uomini delle cosche ‘ndranghetiste e, in particolare, “i documenti relativi all’appalto che l’amministrazione aveva fatto con la Multiservizi, una società partecipata le cui quote di maggioranza erano intestate a personaggi legati alla cosca Tegano.” (Gazzetta del Sud). L’attenzione si è soffermata anche sulle parentele del consigliere regionale di maggioranza Giuseppe Plutino (arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa con il clan dei Caridi che, secondo i pm, lo aveva appoggiato elettoralmente) e quelle di Luigi Tuccio (la cui suocera è stata arrestata con l’accusa di aver ospitato in una sua proprietà il super latitante Domenico Condello).

In tutto, dal 1991 – anno in cui entrò in vigore la legge che permette lo scioglimento di enti locali da parte del governo – i Comuni sciolti per condizionamento mafioso sono stati 217, di cui 7 sono stati sciolti nell’ultimo consiglio dei ministri (vedi Leinì e Rivarolo in Piemonte).

In un momento così delicato per la nostra penisola, si avverte in maniera forte la necessità di potersi fidare delle istituzioni locali, e che queste rispondano con serietà.
A Novara questo può accadere grazie al lavoro della piattaforma L10, che chiede maggior trasparenza ai rappresentanti amministrativi, per tutelare la “cosa pubblica” e l’etica politica dalle infiltrazioni criminali.

Francesco Di Donna

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