‘Ndrangheta, operazione Ulisse in Lombardia

Non ci è dato ancora di sapere quali questioni il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica riunito in Prefettura a Milano stia affrontando in queste ore e quali decisioni sortiranno dal vertice tra le autorità cittadine e le forze dell’ordine. Vedremo, per ora sappiamo solo che la convocazione d’urgenza, richiesta dal sindaco Giuliano Pisapia, arriva all’indomani del barbaro duplice omicidio di due giorni fa, in pieno centro città e della strana sparatoria di ieri pomeriggio, sempre per le vie trafficate di Milano. Escalation criminale sicuramente preoccupante e tutta ancora da decifrare quella di questi ultimi giorni. Sono infatti all’esame degli investigatori le possibili motivazioni della duplice esecuzione dell’imprenditore Massimiliano Spelta e della giovane moglie Carolina Ortiz, giustiziata con un colpo alla nuca, nonostante tenesse tra le braccia la figlia di due anni. Si vocifera di amicizie compromettenti, di traffico di droga – sono stati rinvenuti 47 grammi di cocaina nell’abitazione dei due – e anche di investimenti finiti male e, come sempre avviene in questi casi, le notizie false si mescolano ai barlumi di verità. Nei prossimi giorni si avrà un quadro più chiaro forse, come si confida nella prossima scoperta delle ragioni dell’inseguimento di ieri in via Crespi tra due auto, culminato in una sparatoria che, fortunatamente, non ha fatto vittime. E mentre si scatena la bagarre politica tra maggioranza e opposizione, l’opinione pubblica assiste annoiata, senza troppo partecipazione, in un settembre che vede all’orizzonte le nuvole della crisi. Passa così, fatte le debite eccezioni quasi sotto silenzio, visto il clamore riguardante gli altri episodi ricordati, l’ennesima operazione antimafia condotta dalla DDA di Milano e dal ROS dei carabinieri contro le cosche della ‘ndrangheta presenti in Lombardia e operative nell’area di Milano, Como, Monza e Brianza.

Associazione mafiosa, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti e di armi le accuse contestate alle persone finite sotto i riflettori degli inquirenti e chiamati ora a provare la propria innocenza, anche se le prove raccolte sembrano essere schiaccianti, a partire dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali disposte nel corso delle indagini. Stiamo parlando dell’operazione “Ulisse” concretizzatasi nelle ultime ore in ben trentatasette ordinanze di custodia cautelare, firmate dal Gip Andrea Ghinetti, una decina delle quali notificate a soggetti già detenuti, perché attinti da misure di prevenzione emanate in precedenza durante l’operazione “Crimine/Infinito” del luglio 2010. Non tragga in inganno il nome dato all’operazione, non si parla dell’eroe omerico, ma del più prosaico Ulisse Panetta, accusato di essere a capo della locale di Giussano, in provincia di Monza e Brianza. Giussano, profondo nord, dove è stato scoperto uno di quei bunker che solitamente si è soliti scoprire in terra di Calabria, profondo sud. Le immagini diffuse in queste ore ci mostrano una stanza angusta e spartana, nascosta da una botola piazzata nell’abitazione di un altro presunto mafioso, Antonio Stagno, già in carcere ad Opera. Immagini viste in altre situazioni, immagini alle quali la Lombardia, un tempo opulenta, dovrà abituarsi, forse. La novità di quest’inchiesta non è però tanto la scoperta di nascondigli per i latitanti finora sempre associati ad altri contesti, piuttosto l’evoluzione – anche se in questo caso sarebbe più corretto parlare di involuzione – della mentalità degli imprenditori all’opera in questa regione. Non abbiamo più soggetti semplicemente estorti o minacciati, ma aspiranti mafiosi a tutti gli effetti. Nella conferenza stampa Ilda Boccassini, procuratore aggiunto e responsabile della DDA, è tornata più volte sul tema dell’omertà degli imprenditori attivi in regione. Ora gli interrogatori che saranno condotti dai sostituti Alessandra Dolci e Cecilia Vassena saranno un banco di prova per capire se qualche squarcio di verità potrà aprirsi nel muro di una omertà consolidatasi oltre ogni aspettativa in una terra come la Lombardia, per troppo tempo ritenuta immune dalle presenze mafiose.
 A testimonianza della disponibilità ad entrare in pianta stabile nell’organizzazione, i magistrati e gli ufficiali dei carabinieri hanno raccontato le vicende dei due fratelli Orlando e Daniele Demasi, così contigui alla cosca Gallace-Ruga, tanto da proporsi non solo come custodi delle potenti armi del clan (bombe a mano, mitragliette Uzi e kalashnikov e altro) ma anche da valutare la possibilità di una propria affiliazione. Il primo dei due fratelli chiede l’ingresso nella cosca con queste parole: «Così mi tolgo delle soddisfazioni». Sicuro fino in fondo Orlando Demasi di poter avvalersi della forza di intimidazione del clan per sbaragliare la concorrenza ed affermarsi così sul mercato non con mezzi propri, ma con il ricorso al marchio di fabbrica della ‘ndrangheta. E quindi non solo non si trova conveniente la denuncia del tentativo di estorsione, come avvenuto in passato, quando gli imprenditori hanno scelto di tacere, ma alcuni di loro oggi sono pronti a passare addirittura “armi e bagagli” dalla sponda della legalità, dello Stato a quella della criminalità mafiosa, saltando a piè pari ogni possibile remora etica. Amara quindi la sottolineatura di Ilda Boccassini, che pur evidenziando nel caso di specie la comune origine calabrese dell’imprenditore con i suoi aguzzini, non ha mancato di stigmatizzare quello che sembra ormai essere diventato un atteggiamento purtroppo generalizzato: «È evidente che da parte della classe imprenditoriale che opera ed è stanziale a Milano e in Lombardia purtroppo c’è la convenienza ad agire secondo schemi illegali, illeciti, pur sapendo di rivolgersi alle persone sbagliate». Ecco perché la coordinatrice della DDA milanese vede come unica via d’uscita nella battaglia contro le organizzazioni mafiose una scelta di campo degli imprenditori affinché  decidano di stare dalla parte dello Stato, piuttosto che da quella dell’antistato: «È più pagante». Numerosi gli episodi ricostruiti in mesi di indagini, appostamenti e intercettazioni e ora si prosegue per recidere ogni altro possibile canale di commistione tra imprenditoria e ‘ndrangheta. L’impressione è che la strada sia ancora lunga e se sul versante degli operatori economici non si vedono molte disponibilità nella collaborazione con gli inquirenti, il nocciolo duro delle cosche inizia a sgretolarsi sotto i colpi dei primi collaboratori di giustizia. Stiamo parlando di Antonino Belnome e Michael Panaja, i killer del boss scissionista Carmelo Novella, ucciso due anni prima di Infinito, l’uomo che aveva messo in dubbio il legame di ferro tra Lombardia e Calabria e per questo giustiziato senza pietà in un bar di San Vittore Olona.
 In particolare, Panaja avrebbe aggiornato gli inquirenti sui movimenti delle locali attive in Brianza, dopo il luglio 2010, quando con l’operazione Infinito la pentola delle commistioni mafiose sul territorio era stata scoperchiata. Relazioni pericolose e tutte ancora da decifrare, compreso l’atteggiamento tenuto da un esponente politico locale, Francesco Gioffrè consigliere comunale per il PdL in quel di Seregno (MI). Costui, a differenza del fratello Roberto, vittima di estorsione da parte del clan Cristello e pronto a collaborare, aveva invitato prima lo stesso a minimizzare e poi, davanti ai magistrati, aveva preso le difese degli estorsori, dicendosi sorpreso per l’arresto degli stessi nell’ambito di “Infinito”. «È di tutta evidenza che le dichiarazioni di Gioffrè Francesco, nella parte in cui contrastano con quelle del fratello Roberto, non possono ritenersi credibili ma debbono al contrario essere inquadrate nel medesimo clima di intimidazione del quale è stato vittima anche Roberto Gioffrè, che ha evidentemente portato i due fratelli a reagire in modo diametralmente opposto»: così si legge nell’ordinanza del Gip Ghinetti, per descrivere quello che viene ritenuto un «atteggiamento vicino alla connivenza». Non c’è dubbio, un clima pesante quello ricostruito dal paziente lavoro di inquirenti e forze dell’ordine. Un clima reso ancor più pesante dal fatto che l’attenzione dell’opinione pubblica milanese e lombarda è ora distratta da un altro allarme sicurezza.

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