‘Ndrangheta: armi e droga dalla Svizzera. Arrestato anche il figlio del boss Ferrazzo

MILANO – Una banda di trafficanti di droga e armi che aveva la sua base in provincia di Varese e che, attraverso i valichi di Brogeda (Como) e Gaggiolo (Varese) gestiva l’importazione illegale di grossi quantitativi di marijuana, hashish e cocaina e armi comuni da sparo e armi da guerra, con relative munizioni. Armi che sarebbero state destinate al clan di stampo ‘ndranghetistico di Mesoraca riconducibile alla famiglia di Felice Ferrazzo, già attivo nel varesotto.
A scoprirne l’esistenza i carabinieri di Varese che hanno eseguito otto ordinanze di custodia cautelare per traffico internazionale di armi e di stupefacenti. Il provvedimento è stato emesso dal gip di Milano Donatella Banci Buonamici, su richiesta del pm della Dda Mario Venditti. In carcere è finito anche Eugenio Ferrazzo, figlio del boss Felice.

GLI ARRESTI – Le indagini del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Varese erano cominciate nel dicembre 2009. Degli otto arresti, quattro arresti sono stati eseguiti in flagranza: uno per tentato omicidio e resistenza a pubblico ufficiale, uno per detenzione di munizioni da guerra e due per detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti.
A finire in manette, oltre ad Eugenio Ferazzo, Francesco Scicchitano, 63enne di Pianopoli, in provincia di Catanzaro; Antonino Amato, 63enne catanese residente a Gerenzano , nel Varesotto, Mirko De Notaris, 36enne di Vasto (Chieti), Salvatore Ferrigno, un 49enne di origini catanesi residente a Uboldo (Varese), Cristian Margiotta, 32enne milanese, Alfio Privitera, 54enne catanese residente a Lozza (Varese) e Donato Santo, 27enne residente a Jesolo. Nel corso delle indagini, i carabinieri hanno anche sequestrato due pistole mitragliatrici, una pistola semiautomatica, un revolver con circa 500 munizioni di vario calibro e 200 grammi circa di hashish.

LE INDAGINI – Armi e droga venivano importati in italiana a bordo di alcune auto condotte da una coppia di anziani coniugi svizzeri. Inoltre, i componenti della banda utilizzavano un linguaggio in codice: parlavano di «motorini» e «marmitte» riferendosi, invece, al traffico di armi e poi di «litri d’olio» o di «donne» per indicare quello degli stupefacenti. All’indagine ha collaborato anche la Polizia Svizzera.

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