Schiave del nuovo millennio

Figure, meccanismi e circostanze alimentano i giochi della criminalità che gestisce il tragico mondo della tratta, precedentemente descritto dalle operatrici dell’associazione novarese Liberazione e Speranza.
I complici sono tanto numerosi, tanto eterogenei, da comprendere anche l’“uso delle parole” definendo le donne prostitute, non Prostituite, e il loro ritorno obbligato nel paese di origine deportazione, non Rimpatrio. E il reato di favoreggiamento della prostituzione viene trattato come fosse una cosa blanda.
Piccole ingiustizie quotidiane, risultato di terminologia giuridica, o di mass media e giornali che formano l’opinione pubblica, parlando in modo sbagliato.

Pesa la sbagliata gestione politica a livello internazionale, a partire dalla Nigeria e dalla sua polizia corrotta che non si fa scrupoli a barattare la realtà con la finzione.
Ci sono delle associazioni non governative, che non c’entrano con la polizia, tipo il Naptip (National Agency for Prohibition of Traffic in Persons, ndr) a cui vengono mandate delle segnalazioni per verificare le condizioni di ragazze e famiglie, «ma la Nigeria – L. continua la sua spiegazione – è un paese difficilissimo e quindi è quasi impossibile riuscire a fare prevenzione lì, quasi impossibile – sottolinea – davvero».
In Italia, la legislazione certo non aiuta: le ragazze vengono rimpatriate dopo un periodo di permanenza «in questi famosi centri di accoglienza che sono delle prigioni, a Torino, a Milano e a Bologna…ce ne sono un sacco», o in carcere se «hanno già avuto il foglio di espulsione al quale non hanno ottemperato e quindi fanno un reato». Eppure, sono vittime che necessitano libertà. Le vittime di un traffico gestito dalle organizzazioni criminali che potrebbero contribuire a indebolire, dando un apporto alla giustizia attraverso la denuncia.
Questo sistema comporta che «nel 70% e più dei casi vengono subito riprese e rimandate qua con i documenti falsi, quindi non risolvi niente. È solo una spesa dello Stato e un dramma umanitario».

La connivenza si radica anche nella quotidianità, nell’incapacità di osservare il fenomeno in profondità. Un esempio è il reato di ricettazione che di frequente riempie le pagine dei giornali; vale per ogni oggetto di dubbia o illecita provenienza, ma «Se tu vai su una strada, a comprare il corpo di una ragazza, che non sai da dove arriva, no…».
Sulla strada dove il corpo assume lo stesso valore dell’oggetto. Gestito come tale, illecitamente, dalle organizzazioni criminali, privando le ragazze di ogni diritto su di esso.

Ma, in questo macrosistema, i principali correi sono i clienti. «È una cosa che bisognerebbe risolvere da un punto di vista psicologico, umano – si infuria L. e aggiunge -, quelli che vanno, sia a prostitute sia a trans, sono sempre maschi etero. E di questo abbiamo la prova da vent’anni di lavoro sulla strada».
La complicazione sta nell’applicare contro di loro le sanzioni previste dalla legge. Le forze dell’ordine e i vigili «Sono autorizzati a dare multe ai clienti se trovati in reato, in flagranza di reato. Che vuol dire se li trovi mentre stanno caricando la ragazza o mentre stanno facendo la prestazione», ma non è così facile trovarli.

D’altra parte, però, qualche risultato è evidente, come l’art. 18 della legge 286/98 del testo unico sull’immigrazione. «È quello tale per cui le ragazze possono aver diritto al permesso di soggiorno se rientrano in questo programma di protezione sociale: è una cosa che abbiamo solo noi, in tutta Europa. E questa è una cosa meravigliosa».
Poi, «nel piccolo si riesce a fare una serie di cose», parlando con la Provincia o con il Sindaco; come “gesto di provare a fare qualcosa”, L. cita l’ordinanza anti-prostituzione fatta dal sindaco di Novara.
Un altro esempio sono le richieste di serate informative e percorsi scolastici inerenti il tema, o di intervento sulla strada che le amministrazioni avanzano a Liberazione e Speranza. «Se un comune si muove è perché i cittadini dicono “ah! Non voglio più vedere le prostitute sulla strada!”, quindi il comune deve reagire». I cittadini non vogliono vedere le ragazze sulle strade e i sindaci si rivolgono all’associazione chiedendo di portarle via. Purtroppo le madam sono sempre un passo avanti. «Se so – ipotizza il ragionamento della madam – che lì non vogliono più vederle, le porto in un altro posto ma le faccio lavorare lo stesso, quindi non è un risolvere il problema».

L’ennesimo complice è la burocrazia. Con ciascuna delle numerose ragazze liberate(si), «Facciamo tutto questo percorso di accompagnamento e accoglienza fino alla autonomia e soprattutto facciamo in modo che abbiano il permesso di soggiorno». La legge italiana infatti prevede per chi denuncia il diritto ad avere il permesso di soggiorno per motivi umanitari, nonostante le attese siano spesso lunghe. «C’è una ragazza su che è da un anno e mezzo che lei ha fatto la denuncia e aspetta il permesso, che per lei è una pressione grandissima. È da un anno e mezzo in questo limbo, lei la denuncia l’ha fatta»: è in situazioni come questa che il sostegno dell’associazione diventa essenziale.
Ad oggi sono una trentina le ragazze seguite da Liberazione e Speranza e, «di queste trenta, – racconta L. -, che hanno ufficialmente terminato il programma sono la metà, che quindi non sono in accoglienza né qui né il comunità, che sono fuori».
Ma, uscite dal programma «che formalmente ha un inizio e una fine che noi dobbiamo comunicare alla questura e al sindaco» e ottenuto il permesso di soggiorno, le difficoltà non terminano. Alcune «Noi continuiamo a seguirle perché, si, sono in autonomia ma non ce la fanno ancora da sole»; perché a volte incinte, senza lavoro e un posto dove andare.
Malgrado tutto le ragazze vanno avanti, Liberazione e Speranza con loro. «Adesso abbiamo tutti questi nuovi progetti per fare patenti, per i corsi di italiano, corso di cucito, corso di cucina» in cui sono inserite anche le ragazze fuori dal programma. Così imparano «a fare un lavoro e magari prendono anche un piccolo pocket-money che sono due euro all’ora, cioè niente di che, però…perché non possiamo permetterci di più, però almeno è qualcosa».

Come qualcosa sono le uscite per contattare le ragazze di giorno e di notte e il lavoro quotidiano delle volontarie in un anonimo edificio di Novara. Qualcosa è la dignità restituita a quelle ragazze liberate. I mezzi economici non sono molti, ma la speranza non costa nulla.

Alessandro Buscaglia e Giulia Rodari

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Una risposta

  1. dicembre 6, 2012

    […] Tratto da l’Osservatorio provinciale sulle mafie di Libera Novara […]

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