Delitto Marcoli: condanna all’ergastolo per Francesco Gurgone

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Condanna all’ergastolo e a sei mesi di isolamento diurno per Francesco Gurgone, ritenuto mandante dell’omicidio di Ettore Marcoli: questa la conclusione del processo in Corte d’Assise, preseduta dal giudice Angela Fasano, cominciato con l’udienza del 12 gennaio 2012 e conclusosi ieri. Un processo durato 5 mesi, figlio di un’inchiesta più ampia e parallelo a un vero processo breve, quello terminato il 20 febbraio con la condanna a 18 anni di reclusione per Pino Lauretta (l’esecutore materiale), che ha beneficiato di uno sconto di pena in cambio della fondamentale collaborazione, con l’ergastolo a Vincenzo Fagone (al fianco di Lauretta nel momento dell’esecuzione) e ad Andrea Mattiolo (l’autista del commando) e con la pena di 12 anni ai danni di Tancredi Brezzi (l’uomo che fornì le armi).
Non solo. Sono stati aperti fascicoli anche su Alessandro Cavalieri – arrestato il 3 marzo con l’accusa di essere il mandante degli incendi che, nella notte tra il 30 e il 31 dicembre del 2009, distrussero quattro camion di proprietà dell’autotrasportatore Roberto Giacomo Delprino – e su altri personaggi comparsi al banco dei testimoni nel processo Gurgone, tra cui l’imprenditore Giuseppe Martinelli, il geometra Ezio Marcoli, Gaudenzio Tacchini, Sergio Sigismondi e l’architetto Magnaghi.

Avendo già la giustizia stabilito cosa accadde la sera del 20 gennaio 2010, a questo procedimento non restava che determinare le responsabilità dell’imputato, che, in apertura dell’udienza del 10 maggio, dopo essersi sempre rifiutato di parlare nelle fasi precedenti, ha deciso di rilasciare dichiarazioni spontanee, offrendo la propria versione sulla sera dell’omicidio. Secondo il suo racconto l’omicidio scaturì da una richiesta di Martinelli, il quale domandò aiuto a Gurgone per la riscossione dei propri debiti nei confronti dell’insolvente Carmine Penta. Lauretta, presente alla discussione, si offrì per un’azione intimidatoria, che finì in tragedia.

Su questa ricostruzione si è imperniato l’impianto difensivo degli avvocati Giuseppe Ruffier e Davide Vitali: l’omicidio è stato un errore di percorso, un incidente provocato solo e soltanto dalla mente e dalla mano di Lauretta, che avrebbe voluto così “primeggiare” – come dice egli stesso in un interrogatorio – sugli altri. Ne consegue che Gurgone è complice di un reato diverso da quello che era stato prefigurato dal gruppo criminale e che, inoltre, non ci fu alcuna premeditazione.

Per garantire la coerenza della propria posizione, i difensori hanno innanzitutto provveduto a screditare Lauretta, ritenuto il testimone chiave, dipingendolo come un personaggio losco, con precedenti penali e dedito all’assunzione di sostanze stupefacenti, quanto abile nel fornire agli inquirenti informazioni false per apparire pentito e ottenere benefici in sede processuale, riuscendoci. Lo dimostrerebbe, secondo la difesa, il confronto incrociato degli interrogatori e delle testimonianze dei personaggi chiave: Lauretta non è attendibile, così come Cavalieri, un altro testimone molto importante che, molto vicino a Gurgone, ha potuto raccontare ulteriori retroscena, tra cui il finanziamento dei Russo, titolari della Cogefar srl di Ravenna. Riferendosi sempre a Lauretta e a Cavalieri, la cui libertà è, secondo l’avv. Ruffier, “la cosa più vergognosa di questo processo”, i difensori hanno invocato una decisione equa e un trattamento pari a quello riservato ai due ex collaboratori dell’imputato.
La richiesta della difesa è stata perciò la seguente: assoluzione dal reato contestato o, in subordine, l’applicazione dell’articolo 116 c. p. (Reato diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti), con la relativa diminuzione di pena, l’esclusione dell’aggravante e la disposizione delle attenuanti generiche (art. 62-bis c. p.):  secondo i difensori, che invocano la funzione rieducativa e riabilitativa della pena, Gurgone, 25enne con due bambine, ha sicuramente commesso un errore, ma non quello di comandare un omicidio e per questo ha diritto a una seconda chance.

Ha avuto invece ragione la pubblica accusa, che, nella persona dei pm Ciro Caramore e Francesco Saluzzo, chiedeva l’ergastolo con l’isolamento diurno per 18 mesi per omicidio (con l’aggravante della premeditazione e dell’aver agito in gruppo) e porto abusivo d’armi.
La corte non ha riconosciuto nessun’attenuante per chi si è macchiato di una colpa ancora più grave, se possibile, di chi ha premuto il grilletto, per un giovane uomo che non ha esitato a condannare un bambino di pochi mesi a non conoscere mai il padre e ha accolto, secondo le testimonianze, la notizia della morte di Ettore Marcoli con soddisfazione, mostrando una condotta a dir poco – come la definisce il pm Caramore – “agghiacciante”. Nessuno sconto di pena per un uomo che ha dimostrato mature capacità criminali e una buona abilità aggregativa, “certamente non il capomafia di Novara, ma neanche un semplice bullo” – ha semplificato il pm Saluzzo.

Un individuo in grado di ordinare un agguato e di organizzare un gruppo di uomini pronti a uccidere è già da considerarsi socialmente pericoloso, ma lo è ancora di più se stringe rapporti con persone vicine agli ambienti della criminalità organizzata. Secondo il sostituto procuratore Caramore, in particolare, Gurgone era “un ragazzo promettente, una punta di lancia di una penetrazione con metodi mafiosi nel nostro territorio” e, se il suo progetto si fosse realizzato, “avremmo avuto l’instaurazione di un potere mafioso”. Fino all’omicidio di Marcoli l’uso moderato della violenza aveva sicuramente sortito gli effetti desiderati, ma poi, forse in un momento di crisi dovuto all’interruzione dei finanziamenti di chi prima credeva in lui, il desiderio di dimostrare le proprie doti criminali e di lanciare contemporaneamente un chiaro messaggio all’imprenditoria novarese l’hanno spinto a un commettere un gesto eclatante.
Un errore che ha pagato solo dopo un anno contraddistinto dall’omertà e dal silenzio di molti che sapevano, quando Cavalieri ha deciso di confessare tutto agli inquirenti; un errore, quindi, che avrebbe potuto anche non pagare mai. Anche per questo, come ha più volte sottolineato l’accusa “non dobbiamo commettere l’errore di sottovalutare questo tentativo di infiltrazione. Non possiamo ignorare le relazioni che Gurgone aveva con Casoppero Cataldo, in rapporti con l’ambiente ‘ndranghetista di Lonate Pozzolo, con i Palamara e con Francesco Russo, coinvolto – in passato – in inchieste riconducibili a Cosa Nostra”.

In aula, ad ascoltare la sentenza, anche i familiari della vittima, parte civile nel processo, i quali hanno accolto con soddisfazione la decisione della corte: “nulla porterà indietro Ettore, ma almeno potrò spiegare a mio figlio Lorenzo –ha commentato Susanna Pulici – che chi sbaglia, chi fa del male e commette reati, è punito severamente”.

Ryan Jessie Coretta

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