Processo Gurgone: chiesto l’ergastolo per l’imputato

NOVARA. Si è svolta questa mattina una delle udienze conclusive del processo in corte di Assise nei confronti di Francesco Gurgone accusato di essere il mandante dell’omicidio di Ettore Marcoli. Oggi la corte ha ascoltato la requisitoria dell’accusa (interventi del pm Ciro Vittorio Caramore e del procuratore capo Francesco Saluzzo) e le conclusioni delle parti civili.

“Ergastolo e 18 mesi di isolamento diurno” è la richiesta dell’accusa nei confronti dell’imputato che secondo il pm “è il mandante del commando che il 20 gennaio 2010 uccise l’imprenditore Ettore Marcoli”. Lo dimostrano le prove dichiaratorie rese dai già condannati Lauretta, Fagone, Mattiolo e Brezzi, da Cavalieri e da Angelo Marangi, l’uomo che rifiutò l’orribile incarico propostogli da Gurgone.

Durante la requisitoria, il pm Caramore si è concentrato sui particolari aggravanti la posizione dell’imputato: “innanzitutto – ha specificato – Gurgone non è stato il mandante di un semplice omicidio, ma, ordinando di uccidere chiunque si fosse trovato con Ettore Marcoli, avrebbe comandato una strage (art. 422 c.p.)”. Inoltre, la premeditazione e il concorso di più di cinque persone, indici di maggiore pericolosità sociale del reato, costituiscono due importanti aggravanti che il p.m. rimette al giudizio della corte.

Anche se non necessario ai fini della decisione della corte, il dott. Caramore ha tuttavia ritenuto opportuno ipotizzare il movente dell’omicidio. Oltre alla volontà di impadronirsi della cava e delle SOA della ditta del Marcoli l’omicidio sarebbe giustificato dall’aspirazione “ad affermarsi come potere criminale nell’ambito delle cave e del movimento terra attraverso un gesto eclatante. Occorreva punire in maniera esemplare chi si opponeva a questo progetto”. Una dimostrazione di forza, dunque. Un monito rivolto ai colleghi imprenditori, che dovevano sapere che “con Francesco Gurgone non si scherza, che si può fare una brutta fine”. Un monito cha ha raggiunto i destinatari se si pensa, come ha ricordato pochi minuti dopo Saluzzo, che “molti sapevano e molti hanno taciuto” per più di un anno.

Ecco perché il sostituo procuratore ha definito l’imputato “un ragazzo promettente, una punta di lancia di una penetrazione con metodi mafiosi nel nostro territorio. […] un ragazzo che ha come modello i boss mafiosi”. “Se il progetto di Gurgone si fosse realizzato – ha commentato il pm – avremmo avuto l’instaurazione di un potere mafioso nel nostro territorio“, un progetto che avrebbe potuto anche realizzarsi se le forze dell’ordine non fossero  già state precedentemente indirizzate sulla pista investigativa che vedeva l’imputato Francesco Gurgone come mittente dei proiettili intimidatori recapitati all’imprenditore Giacometti.

È una storia che ricorda al pm quella di Franco Coco Trovato, “un piccolo delinquente di strada molto determinato”, giunto rapidamente ai vertici della ‘Ndrangheta a Lecco. “Per fortuna la vicenda si è conclusa in modo diverso”. Tuttavia “non dobbiamo commettere l’errore – ha continuato il pm – di sottovalutare questo tentativo di infiltrazione. Non possiamo ignorare i rapporti che Gurgone aveva con Casoppero Cataldo, in rapporti con l’ambiente ‘ndranghetista di Lonate Pozzolo, con i Palamara e con i Russo, coinvolti in inchieste riconducibili a Cosa Nostra, come ha ben ricostruito l’ispettore Frisia”.

Stabilita la responsabilità di Gurgone, si dovrà commisurare l’entità della pena per un reato giudicato molto grave. “Un agguato avvenuto di sera, di inaudita gravità. Un movente spregevole, che trova le sue ragioni solo in un venale interesse patrimoniale. Una condotta agghiacciante.”

Per questo il pm ha chiesto la pena massima, l’ergastolo, e l’isolamento diurno per diciotto mesi.

La parola è poi passata aI procuratore Saluzzo che ha ribadito la richiesta fatta dal sostituto e ha fatto precisazioni fondamentali, riguardanti le possibili argomentazioni della difesa. In primo luogo ha spiegato come le indagini siano state effettuate a 360 gradi e come nessuna ipotesi sia stata preventivamente scartata. La difesa, secondo Saluzzo, non potrebbe neanche tentare di screditare agli occhi dei giurati le dichiarazioni di Cavalieri, poiché trattasi di testimonianze rese senza corrispettivi vantaggi – Cavalieri è ugualmente indagato -, se non eventuali benefici da valutare in sede processuale. Qualunque sia il motivo per cui ha “tradito” Gurgone, l’importante è che la confessione di Cavalieri sia attendibile e infatti ci sono “ sia riscontri di natura incrociata con le altre dichiarazioni sia riscontri fattuali (le armi, le tute, i passamontagna) e riscontri balistici”.

Neppure la giustificazione finora apportata da Gurgone, che non ha mai negato i fatti, ma solo il suo ruolo di mandante, non avrebbe senso: “Lauretta, l’esecutore materiale, non sapeva neanche che faccia avesse Ettore Marcoli. L’unico ad avere interesse nel compimento dell’omicidio era Gurgone, che voleva raggiungere, con metodi mafiosi (violenza, intimidazioni, incendi, furti), un ruolo predominante nel “mondo grigio” dell’imprenditoria edile novarese”. La fedeltà non solo dei “suoi” ma anche di altri imprenditori “come Martinelli che sapevano e non hanno parlato”, il silenzio durato quattordici mesi prima dell’inaspettata confessione di Cavalieri dimostrano le mature capacità criminali e aggregative di Gurgone: “una persona  che riesce a garantire questo silenzio – ha chiosato il procuratore – dimostra di non essere un bullo di periferia. Non è neanche il capomafia di Novara, ma sicuramente è un personaggio da tenere sotto controllo, un personaggio che va feramato”. Gurgone ha dimostrato di essere “portatore di una cultura criminale di tipo specifico, si è adoperato per esercitarla con modalità paramafiose e mafiose e ci è riuscito”.

Il procuratore ha concluso chiedendo ai giurati di non “fare giustizia”, ma di “applicare semplicemente la legge”, che prevede, per questo tipo di reati la pena massima, tanto più in situazioni nelle quali non esistono attenuanti, come in questo caso.

In conclusione di udienza la parola è passata agli avvocati delle parti civili, che poco hanno dovuto aggiungere alla completa esposizione dell’accusa. Aderendo pienamente all’impianto accusatorio dei pm hanno sottolineato, prima l’avv. Correnti e poi l’avv. Monteverde, le posizioni dei loro assistiti, vittime di un vuoto difficilmente colmabile. Ha concluso l’udienza l’intervento dell’avv. Giulia Ruggerone, legale della vedova Susanna Pulici e del figlio Lorenzo: “i danni sono incalcolabili ed imparagonabili alla possibile pena da infliggere all’imputato, per quanto severa potrà essere. Mentre l’imputato, anche nel caso in cui dovesse essere condannato all’ergastolo, vedrà la fine della sua pena questo non sarà possibile per i miei assistiti che saranno per sempre vedova e orfano di Ettore Marcoli”.

La prossima udienza si terrà giovedì 10 maggio, durante la quale prenderà la parola la difesa dell’imputato attraverso i legali Ruffier e Vitali.

Ryan Jessie Coretta

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *