Riutilizzo sociale dei beni confiscati: gita scolastica a Cascina Caccia

Da Romentino a San Sebastiano da Po, un viaggio e una gita diversa dal solito per due classi dell’Istituto Pascal che hanno visitato un bene confiscata alla mafia e oggi riutilizzato a fini sociali.
Ad accoglierci Roberto che insieme a Sara abitano e gestiscono questo bene, un luogo prima occupato da una famiglia appartenente alla ‘Ndrangheta, la famiglia Belfiore, e ora simbolo della vittoria dello Stato sulle mafie, luogo di ritrovo per le comunità vicine e realtà che accoglie gruppi di scuole, oratori e associazioni che voglio formarsi sul problema mafie.

Questi 40 ragazzi novaresi avrebbero potuto affrontare il tema in classe, leggendo libri o guardando film ma i loro insegnanti hanno ritenuto importante fare un esperienza diretta, vedendo e incontrando chi quotidianamente fa antimafia non lontano da noi.
Roberto ci ha raccontato del consenso che la famiglia Belfiore aveva raccolto tra i cittadini di San Sebastiano, un consenso legato all’omertà che anche qui al nord è presente.

Per 10 anni questa famiglia aveva occupato abusivamente il bene che le era stato confiscato fino a quando il sindaco appena eletto decise che quella situazione non poteva andare avanti e con l’ausilio delle forze dell’ordine sono stati costretti ad abbandonarlo. Andando via hanno però arrecato danni alla casina con l’intento di mettere in difficoltà l’associazione che avrebbe preso in carico il bene dovendo investire del denaro per la manutenzione.

Nonostante gli ostacoli, girando per la cascina si può vedere quanto è stato fatto, con il sostegno di molte persone e soprattutto di chi ci vive. Lì viene prodotto il miele a marchio Libera Terra, il primo del nord Italia, ma non solo: ci sono numerosi e diversi animali che costituiscono una fattoria didattica aiutando ad insegnare ai più piccoli il rispetto dell’ambiente; sono stati piantati noccioli per poter un giorno produrre il primo dolce di Libera , il torrone; un orto sinergico dove vengono coltivati ortaggi.

All’interno della Cascina, alcuni spazi ospitano riunioni di associazioni o diversi corsi: dalla pittura alla danza del ventre. Anche questo può far avvicinare le persone al problema mafie perché tenute a conoscere la storia del luogo in cui si ritrovano.
La cascine è diventata anche un luogo di memoria, perché dal lì partì l’ordine di uccidere Bruno Caccia, procuratore a Torino, nel 1983. La casina porta il suo nome e quello della moglie e raccontarsi la sua storia serve a non dimenticare quanto questo magistrato aveva fatto, nonostante le minacce ricevute.

La storia di Cascina Caccia ci racconta anche di un’altra vittoria quella della società sulle mafie, con la 109/96, che permette il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati, legge di iniziativa popolare voluta da un milione di cittadini che hanno firmato per promuoverla. Una società civile che vuole la sua parte nella lotta alle mafie, che vuole un paese libero e democratico.

Angela Emanuele

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