“Per non morire di mafia”, il procuratore Grasso incontra Novara

Per non morire di mafia“, lo spettacolo teatrale inscenato ieri sera al Teatro Coccia dall’attore Sebastiano Lo Monaco, non è stato solo un motto speranzoso, quanto un’occasione di confronto tra la cittadinanza novarese e il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, alla cui storia lo spettacolo è ispirato.
Dalla mattinata con gli studenti della facoltà di economia del Piemonte Orientale Avogadro, per poi presenziare simbolicamente alla partita di calcio, tenutasi al Silvio Piola, tra rappresentanti delle forze dell’ordine e magistratura.

Alle 18 si è poi aperto al Teatro Coccia il dibattito pubblico, moderato dal giornalista di La7 e autore di “Metastasi”, Gianluigi Nuzzi,  che ha coinvolto parte delle associazioni promotrici dell’evento all’interno di un dibattito, volutamente informale, sull’espansione criminale delle organizzazioni mafiose.
A noi di Libera è stato chiesto di fare tre interventi: il primo, quello relativo ad una breve analisi del progetto L10 Novara ; il secondo inerente ai presidi giovanili e ai percorsi nelle scuole secondarie, quest’anno numerosissimi; ed il terzo raffigurante il lavoro dell‘Osservatorio provinciale sulle mafie, giunto pochi giorni fa alla pubblicazione del suo primo rapporto annuale, “Mafie al Nord. Il radicamento visto da Novara“.

Nuzzi ha interrogato il procuratore su numerose questioni concernenti l’attuale panorama socio-politico in materia di lotta alla criminalità organizzata. Il giornalista ha aperto il suo intervento dedicando pochi minuti al ricordo di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia uccisa dai suoi stessi parenti – affiliati al clan Cosco – “a poche centinaia di metri dalla Madonnina […] colpevole di due delitti: il primo, essersi innamorata di un affiliato alla ‘ndrangheta; il secondo, aver deciso di collaborare, passando dalla parte della giustizia, dalla nostra parte“.
Ad alcuni dei familiari di Lea, tra cui spiccano marito e cognato, autori del suo omicidio, sono da pochi giorni state emesse le sentenze definitive di ergastolo.
Dal caso Garofalo si passa in fretta all’analisi dell’ormai nota “zona grigia”, ovvero di quel contesto di relazioni conniventi e colluse che fondano la capacità camaleontica e altamente adattiva delle organizzazioni criminali. Relazioni professionali, assistenze finanziarie, appoggi politici, tutte forme di collusione che saldano il tanto discusso “concorso esterno” e permettono alle mafie di espandersi silenziosamente in territori vergini, o presunti tali.
“Che le mafie al nord abbiamo preso dimora lo diciamo da un pezzo”, afferma il procuratore, e questo ormai lo sappiamo bene. Certo che docce fredde come quella di venerdì 23 marzo, giorno dello scioglimento multiplo di ben sette comuni (tra cui quello “Coraliano” di Leinì, nella cintura torinese) non si affrontano tutti i giorni. E attendiamo, ovviamente, gli sviluppi delle commissioni prefettizie insediate nei comuni di Rivarolo Canavese e Chivasso; quest’ultimo ad elezioni amministrative i prossimi 7-8 maggio.

A breve ricorrerà l’anniversario del ventennale dalle stragi del 1992. Il procuratore, che in quei giorni ricorda di essere stato in contatto con il giudice Paolo Borsellino, dopo l’attentato del 23 maggio, riporta alla luce la tensione palpitante di quei momenti, riconducendo la discussione ai moderni sviluppi delle indagini sulla presunta “trattativa”.
La frustrazione più grande di chi fa il nostro lavoro -ci dice il procuratore Grasso, quasi vestendo un po’ i panni di Pasolini – è quella di sapere, o quanto meno di intuire molte delle verità celate, ma di non poterle dimostrare del tutto. Le testimonianze dei pentiti, quando arrivano e sono attendibili, possono interessare la ricerca di verità solo fino ad un certo livello. Avremo bisogno di qualche collaboratore tra le istituzioni

Mattia Anzaldi

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