Sentiti gli ultimi testimoni: il processo Gurgone si avvia alla conclusione

Si è tenuta giovedì mattina in Corte d’Assise un’udienza che si preannunciava breve e così è stato. Sull’elenco dei testimoni risultavano solo i nomi di Gaudenzio Tacchini e di Pietro Pulici.
Il primo, la cui precedente testimonianza è stata dichiarata interamente nulla dalla Corte, poiché concentrata su fatti – le bolle false e gli sversamenti in cava – per cui lo stesso Tacchini è indagato, si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Il suocero della vittima è stato ascoltato in relazione ai suoi rapporti con i Marcoli e, in particolare, ai prestiti a loro erogati: 2 milioni alla Romentino Inerti e 850 mila euro a titolo personale a Ezio Marcoli. Pochi gli elementi emersi, nessuno particolarmente rilevante. Il Pulici, dopo un breve periodo come amministratore della cava per necessità formali (Ettore Marcoli, per problemi economici non ebbe per qualche tempo il “potere di firma”), era tenuto al corrente dell’andamento economico dell’azienda, ma non conosce informazioni dettagliate su tutti i lavori né su particolari collaboratori. Prima dell’omicidio, infatti, non conosceva neanche la figura di Francesco Gurgone. Verso la conclusione della testimonianza ha però espresso il suo parere: “Secondo me, ma è solo un’opinione, l’omicidio è legato al fallimento della vecchia  Marcoli Ettore s.p.a.”.

C’è un articolo del Codice di Procedura Penale, il n. 507, che permette alle parti di chiedere al giudice l’assunzione di nuovi testimoni, a patto che questo sia ”assolutamente necessario” ai fini della decisione.
Il P.M. Caramore ha presentato così la sua richiesta, accolta, di citare Angelo Marangi, ex dipendente di Cavalieri e Gurgone. Una sera – circa venti giorni prima dell’omicidio – l’imputato l’avrebbe avvicinato per proporgli un affare: “Hai bisogno di soldi? Bisogna fare fuori qualcuno”. Ritenendolo inizialmente uno scherzo – “Gurgone aveva spesso un atteggiamento altezzoso, non penso che tutto quello che dicesse fosse serio” – Marangi stette al gioco: “Una cosa del genere dovrebbe essere pagata almeno 50 mila euro”, ma capì presto che forse non era un gioco: “No bastano 5 mila euro, c’è chi lo fa anche per meno”. E, al rifiuto, la raccomandazione di “tenere la bocca chiusa” rendeva tutto ancora più spaventoso.

Fu tutto più chiaro quando apprese dell’omicidio e quando il mattino seguente, giunto a lavoro, vide che era già stato appiccato il fuoco che serviva agli autisti per scaldarsi (normalmente lo accendeva lui) e che il fumo e la puzza facevano pensare alla plastica bruciata: le tute dell’omicidio?

Anche la difesa ha presentato le sue richieste: Rosa Florio (la madre di Francesco Gurgone), Francesco e Fabio Russo (Cogefar), Pasquale Palamara (Palamara scavi), Cataldo Casoppero e il dott. Macioce (il tecnico delle SOA cui facevano riferimento i Marcoli). Alla richiesta si sono opposti l’accusa e le parti civili, d’accordo nel ritenere le richieste non conformi all’art. 507.

“Sono già stati discusse ampiamente circostanze inutili ai fini della decisione, come le relazioni criminali di Gurgone. Un pericoloso tentacolo minaccia la nostra città e spero che quanto emerso sia utile agli inquirenti per svolgere indagini importanti. Ma questo rimane un processo per omicidio”: così l’avv. Correnti ha espresso la sua linea di pensiero.

La Corte ha infatti deciso di respingere le richieste avanzate dalla difesa (precisando inoltre che nei casi dei personaggi legati alla criminalità organizzata si richiederebbero “dichiarazioni ontologicamente auto indizianti”), con eccezione della madre dell’imputato in relazione alla condizione economica e alla personalità del figlio.

Anche in questo caso l’escussione non ha rivestito un ruolo fondamentale. Rosa Florio è stata socia dell’Europea Group – e non amministratore come sostenuto dalla difesa – con una quota di 50 mila euro ottenuta accendendo un mutuo. I finanziamenti da parte della Cogefar? “Una falsità che ho scoperto sui giornali. I Russo sono amici di vecchia data e hanno pagato mio figlio per dei lavori svolti, ci sono le fatture”.

Terminata l’ultima testimonianza il giudice Fasano ha dichiarato conclusa l’Istruttoria. Tra il 3 e il 10 maggio la parola alle parti. La camera di consiglio il 17 maggio.

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