A Galliate per accogliere “Le eredità di Vittoria Giunti”

“Non è scontato decidere di stare dalla parte della democrazia e della legalità, bisogna compiere una vera e propria scelta partigiana”: è così che Francesco Sassone, segretario di A.N.P.I. Galliate, decide di introdurre la presentazione del libro “Le eredità di Vittoria Giunti”, scritto dal 35enne Gaetano Alessi, giornalista free lance, editorialista di Articolo 21 e LiberaInformazione, fondatore del giornale AdEst e vincitore nel 2011 della sezione giovani del Premio Giuseppe Fava.
È questa nuova resistenza, contro le mafie e la criminalità, il filo che lega insieme A.N.P.I. e Libera Novara, rappresentata dal referente Domenico Rossi, al tavolo dei relatori. Resistenti in una provincia che non ha mai percepito come propria la minaccia del dilagarsi del fenomeno mafioso nel Nord, o almeno fino a due anni fa, quando l’omicidio dell’imprenditore Ettore Marcoli ha scosso la coscienza collettiva, segnando uno “spartiacque”, come lo definisce Domenico Rossi, per la nostra città. Resistenti, in particolare, a Galliate, paese afflitto nelle ultime settimane da tre incendi dovuti a cause, su cui gli inquirenti stanno indagando.
Partigiana tre volte, Vittoria Giunti: contro il Nazifascismo, contro il potere feudale siciliano e contro il potere mafioso. Nata a Firenze nel 1917 e cresciuta in una famiglia borghese, comunista e antifascista per cultura e ideali, Vittoria è stata una donna della Resistenza, impegnata direttamente sul campo come staffetta, percorrendo le ferrovie d’Italia giorno e notte, da sola, sotto i bombardamenti. In questo scenario conosce Salvatore di Benedetto, il partigiano che diventerà suo marito e la porterà con se a Raffadali (AG).
Due mondi si incontrano: la “forestiera” che ha studiato matematica a Roma, in via Panisperna, e insegnato a Firenze e l’antiquata società rurale siciliana, ancora assoggettata al vincolo feudale, dove le persone vivono e dormono con i loro animali nelle stesse casupole. Ma lei non ne fu per niente intimorita, né le bastava parlare con le persone, voleva che si capissero. E i due mondi cominciarono a conoscersi e integrarsi, a imparare ciascuno dall’altro.
La nuova arrivata fu un grande punto di riferimento per la rivendicazione delle terre e per l’emancipazione femminile di quel territorio: presto le donne, che prima uscivano raramente di casa, si trovarono a protestare in capo ai cortei contro i potenti locali e lo Stato. Nel ’56 fu il primo sindaco siciliano donna a Santa Elisabetta, dove riformò la società e le infrastrutture.
La sua terza lotta sarà a più di ottanta anni, al fianco dei ragazzi di Raffadali che decidono di non piegarsi davanti al potere mafioso e che lei convince a fondare AdEst, l’unico giornale locale di denuncia contro Cosa Nostra e contro Salvatore Cuffaro,ex Presidente della Regione Sicilia, il “potente”, come viene definito nel libro, che riuscì a raccogliere agevolmente consensi di ogni “colore” nel mondo della politica e a diventare presto “egemone” dell’isola. Cuffaro sta scontando una pena di sette anni per favoreggiamento e rivelazione di segreto istruttorio.
Nel suo intervento, Domenico Rossi mette in evidenza il grande valore della testimonianza e dell’incontro generazionale, che di questa storia è il cuore e il motore di una sinergia che ha permesso ai ragazzi di AdEst di resistere alle minacce mafiose e alla solitudine a cui il loro paese li ha condannati. Ed è anche una delle caratteristiche principali della rete di Libera, a Novara rappresentata da ragazzi molto giovani.
E chi sono i “potenti” con cui dobbiamo fare i conti qui a Novara? “Naturalmente la nostra situazione è ben diversa da quella della Sicilia, noi non dobbiamo affrontare nessun potente, ma dobbiamo superare i paradigmi errati e sfatare gli stereotipi ancora diffusi sul fenomeno mafioso, sfruttando anche le conoscenze di chi lo studia”.
A tal proposito Gaetano Alessi ha ricordato la celebre frase del magistrato Antonino Caponnetto, secondo cui “la mafia ha più paura della scuola che della giustizia” e ha concluso ricordando il compito della società civile, di ciascuno di noi, vittime, anche se vivi, delle mafie : “Dobbiamo rompere il silenzio e riprenderci il nostro ruolo, senza delegare ai magistrati e alle forze dell’ordine. O questa partita la giochiamo tutti insieme, o la perdiamo”.
In questo consistono le eredità di Vittoria Giunti e di tanti altri che hanno fatto la storia del nostro Paese, vecchie e nuove resistenze: nella democrazia, nei diritti, nelle libertà, negli strumenti per difendere questi valori, ma soprattutto nel dovere di resistere,per non vanificare i troppi sacrifici e il troppo sangue versato da loro per tutti noi.
Lo dobbiamo almeno a loro.

Ryan Jessie Coretta

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