21 marzo 2012: Novara ricorda le vittime innocenti delle mafie

Novara ricorda. Ricorda raccolta nel salone del Broletto, in quel 21 di marzo in cui nasce la primavera e, dal 1996, si celebra la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti di tutte le mafie. Ricorda leggendo, uno a uno, gli 824 nomi di quegli uomini, donne e bambini che, colpevoli di essere parenti delle persone sbagliate, di aver visto cose che non avrebbero dovuto vedere o di essere stati troppo innamorati dello Stato e della giustizia, hanno perso la vita, dal 1893 fino a qualche mese fa, per mano della criminalità organizzata.
Ricorda consapevole che, quei nomi, non basta ripeterli e poi tornare a casa. Nel momento in cui li si pronuncia, uno dopo l’altro, si assume un impegno, si diviene responsabili di loro, di quei volti, quelle storie, quelle morti che si celano dietro quell’elenco, per restituire il diritto alla memoria a coloro ai quali è stato negato il diritto alla vita. Si diviene responsabili dei familiari di quelle vittime, che troppo spesso lo Stato abbandona, si sceglie di condividere il loro dolore e di portare avanti la loro richiesta di verità e giustizia.

Ad aprire l’evento è il referente provinciale di Libera Novara, Domenico Rossi, che parla al pubblico, composto da gente di tutte le età, che affolla la sala dell’Arengo del Broletto. Legge i saluti del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, inviati per telegramma al Presidente di Libera don Luigi Ciotti in occasione della diciassettesima edizione della Giornata della memoria e dell’Impegno, posta sotto il suo Alto Patronato; sottolinea l’importanza di essere lì insieme, quel pomeriggio, per ricordare: “Non si tratta di una memoria fine a se stessa. E’ una memoria nella quale si radica l’impegno quotidiano di chi vuole costruire una comunità alternativa alle mafie. Una comunità che deve crescere ogni giorno di più. Sabato a Genova c’erano più di 100 mila persone e da Novara circa 330, perlopiù giovani. Il grande corte è stato aperto, come ogni anno, dai familiari delle vittime. Si tratta di un impegno che nasce da relazioni vere, concrete, storiche”.
Un impegno, spiega, che riguarda soprattutto le istituzioni, le quali, ora più che mai, devono dare un segnale, limpido e netto, per dimostrare alla cittadinanza la loro credibilità. Questo perché, come ha urlato anche don Ciotti a Genova, la forza delle mafie sta fuori dalla mafia: sta nella capacità delle organizzazioni criminali di costruire relazioni con segmenti della politica, dell’economia e della società civile che non sono mafiosi, ma formano il cosiddetto “capitale sociale” delle mafie. Ora più che mai, la politica deve dimostrare di considerare la lotta alle mafie una priorità, non solo a parole, ma con i fatti: per esempio, cominciando dal non candidare persone rinviate a giudizio o condannate, anche solo in primo grado, per reati di mafia o contro la pubblica amministrazione, e assicurando un piano di formazione per amministratori, dirigenti e funzionari del comune di Novara sui temi della prevenzione e del contrasto alle varie forme di criminalità e di illegalità, come richiesto dalla piattaforma L10 Novara.

Un primo passo per conseguire tutto ciò era già essere lì, ieri, cittadinanza, associazioni, istituzioni e autorità. A succedersi nella lettura, infatti, sono stati il primo cittadino novarese, il sindaco Andrea Ballaré, il prefetto, il procuratore della Repubblica, il Questore, il Comandante dei Carabinieri, il Comandante della Guardia di Finanza, i ragazzi dei presidi giovanili di Libera, gli studenti delle scuole medie B.do Partigiani e Duca d’Aosta e i rappresentanti delle associazioni della rete di Libera nel novarese.
La lettura ha avuto un significato profondo e simbolico per la cittadinanza: il ricordo e l’impegno devono essere condivisi da tutte le componenti della società, perché solo se ciascuno, ognuno secondo il proprio ruolo, farà la propria parte, è possibile davvero sperare in una società migliore. E sarà possibile rendere giustizia a quei nomi, a quelle persone che, servendoci delle parole del procuratore Caselli, “sono morte perché noi non siamo stati abbastanza vivi”. L’impegno, allora, è proprio questo: essere vivi, per impedire che altri debbano morire per le mancanze dello Stato e della nostra indifferenza, e per far sì che quei 824 e tutti coloro di cui ancora non conosciamo il nome non siano morti invano.

Silvia Bernardi 

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *