Terza udienza del processo Gurgone: si svela “la caccia al cinghiale”

Si è tenuta questa mattina la terza udienza del processo a carico del venticinquenne Francesco Gurgone, ritenuto dall’accusa essere il mandante dell’omicidio dell’imprenditore Ettore Marcoli.
Lui, l’imputato, ha rinunciato formalmente a comparire in questa udienza, che ha visto la numerosa partecipazione di una decina di testimoni, tutti chiamati al banco dal Pm Ciro Caramore.

La corte ha aperto l’udienza specificando le ragioni che ritengono “nulle” o “solo parzialmente valide” le dichiarazioni di Ezio Marcoli, padre della vittima, raccolte nella scorsa udienza di giovedì 9 febbraio. I contenuti sollevati sarebbero infatti di competenza di un parallelo procedimento giudiziario a carico dello stesso Ezio Marcoli, in questo secondo caso imputato per reati connessi a irregolarità nello sversamento illecito di rifiuti tossici nella cava amministrata dalla Romentino Inerti.
E’ appurato dunque che dei materiali pericolosi siano stati introdotti illegittimamente nella cava, attraverso la pratica illegale della falsificazione delle bolle: “Subito dopo l’omicidio abbiamo effettuato un’ispezione a livello documentale per verificare che nel sito non vi fossero stoccaggi non autorizzati, – racconta il maresciallo Cordaro (del NOE) – riscontrando però la mancanza (quasi sempre) dei formulari di rifiuti e l’omissione di importanti dati sulle bolle relative al materiale, che lasciavano presagire da subito la loro falsità.”
Il meccanismo sembra essere il medesimo dimostrato da numerose inchieste contro i reati ambientali: si accolgono dei rifiuti certificati come “speciali” e attraverso la falsificazione del codice identificativo e il mescolamento con fanghi ritenuti “non pericolosi” si declassa il livello di tossicità del prodotto finale, ottenendo un elevato guadagno economico.

Sulle analisi tecniche relative al luogo in esame, proseguono le testimonianze del dottor Franco Lattanzio, vicequestore aggiunto del Corpo Forestale dello Stato: “la cava non era in fase estrattiva; il permesso era scaduto nel 2008 e, nonostante la richiesta di rinnovo, la Provincia non accordava l’istanza per via di un abuso di escavazione oltre i limiti concessi, precedentemente evidenziato”
Nonostante nel 2010 si verifichi la prima segnalazione relativa a rifiuti tossici, il vicequestore sottolinea come già nel 2006 la “zona est” del sito, dell’allora Marcoli Ettore Spa, fu posta a sequestro perché usata come discarica impropria per gli stessi rifiuti dell’impresa amministratrice, o come nel 2009 venne segnalata un’escavazione oltre perimetro concesso nella zona occidentale.
“Idrocarburi pesanti (con carbonio superiore a valore 12), metalli, fenoli e molecole organiche complesse” figurano tra i rifiuti pericolosi riscontrati in cava.
Quando poi al vicequestore del Corpo Forestale viene chiesta una stima sull’eventuale appetibilità economica dell’azienda e del sito per eventuali acquirenti terzi, risponde: “posta la situazione, e ragionando in termini di legalità, non vedo del particolare interesse nel rilevare la cava. Se invece ragionassimo sull’illecito possibile, posto che all’atto delle verifiche dell’illecito era già in essere, l’appetibilità cresce; in particolar modo il “lago” si presterebbe a sversamenti vari in ingente quantità”.

Numerosi appaiono essere i coni d’ombra da chiarire sulla gestione della Romentino Inerti e della Mecs, il secondo ramo della Marcoli Ettore Spa rilevato grazie all’investimento di 850 mila euro (che vanno a sommarsi ai quasi due milioni di euro stanziati per la Romentino Inerti) di Pietro Pulici, padre di Susanna. Documentazioni irregolari, interessi trasversali per l’ottenimento delle SOA, appalti ottenuti lungo lo stivale, ma che non impedivano a Ettore Marcoli di definire la Mecs “un colabrodo” (dalla testimonianza del cognato Bobbio), fino al ruolo ambiguo giocato da Sergio Sigismondi, un tempo fidatissimo della vittima, che poi ha deciso di passare in affari con l’imputato nel nascente e misterioso Gruppo Gurgone Srl, ottenendone il 10%.

La figura dell’imputato viene riportata al centro dell’attenzione dalla testimonianza del commissario Battisti, al tempo dell’omicidio commissario capo della squadra mobile di Novara: ” Arrivammo a Francesco Gurgone dalla denuncia di un imprenditore, Giacometti Patrizio, al quale vennero recapitati dei proiettili e manomessi dei mezzi di lavoro. L’imprenditore venne avvicinato dal Gurgone e da Cavalieri, i quali allusero velatamente alla questione e a delle importanti relazioni, mai esplicitamente criminali, con “alcuni del sud”. Ci colpì immediatamente la personalità del soggetto, carica di carisma e prepotenza. […] Era senza dubbio il capo della banda (Cavalieri, Fagone, Lauretta, Brezzi) nonostante la giovanissima età. Inoltre sapeva muoversi astutamente: usava più numeri telefonici, alcuni dei quali neanche intestati a lui, si muoveva con più veicoli di grossa cilindrata, non parlava mai oltre misura al telefono, preferendo sempre incontrare di persona i suoi interlocutori.”
Il commissario Battisti racconta alla corte delle intercettazioni telefoniche e di quelle ambientali nell’automobile dell’imputato, rese necessarie dal linguaggio criptico degli interlocutori.
Si parla di armi. Armi richieste da Francesco Gurgone attraverso il padre, sul quale eserciterebbe un’autorità non inferiore a quella dimostrata con i colleghi. Armi che arrivano; una delle quali (quella con matrice abrasa ritrovata in una perquisizione in casa) gli costa il carcere in custodia cautelare nel marzo del 2010.
Nuovi ordini di armamentari sarebbero partiti verso le sue “relazioni”, non chiaramente  collocate, ma che potrebbero rifarsi al gelese, territorio natio.
Fin’ora abbiamo cacciato il coniglio. E’ ora di dare la caccia al cinghiale“. Con queste espressioni Francesco Gurgone saldava la sua autorità sul gruppo, imponeva una violenta leadership indiscussa tra i suoi colleghi e concorrenti, dando adito -anche qualora fosse lontano dal vero – a non poche certezze sulla caratura criminale del soggetto.
I collegamenti con individui appartenenti a organizzazioni criminali, fin’ora trattati con le dovute precauzioni e oggetto sicuramente delle future udienze,  sono oggi resi più evidenti dalla capacità del soggetto di pretendere ed ottenere armi illegalmente, oltre che dall’ingente disponibilità di denaro a disposizione per mettere in piedi dal nulla il Gruppo Gurgone Srl, a soli ventitré anni.
Alla faccia del posto fisso.

Mattia Anzaldi

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