Processo Gurgone: al via le testimonianze

NOVARA. Giovedì 9 febbraio, si è tenuta la seconda udienza, dopo il rinvio di quella del 26 gennaio, del processo nei confronti di Francesco Gurgone. La giornata è stata dedicata alle prime testimonianze richieste dal P.M. Caramore.

Per prima è stata sentita Susanna Pulici, vedova di Ettore Marcoli, la quale ha risposto alle domande riguardanti Ettore e il suo lavoro: la rilevazione, grazie all’aiuto economico del suocero, della Romentino Inerti s.r.l. (in pratica la cava) e della Mecs in seguito al fallimento della Marcoli Ettore s.p.a., le vicissitudini economiche e le pressioni di ogni tipo, dalle minacce, più o meno gravi, dei dipendenti, ai rapporti con gli operanti nel settore. “Minacce, sputi e schiaffi” tra cui spicca un episodio avvenuto pochi mesi prima dell’omicidio: uno schiaffo ricevuto da un uomo, probabilmente sulla sessantina, con cui, secondo Ettore, non conveniva reagire.

Episodi di violenza verbale e fisica sono stati la sostanza della seconda testimonianza, quella di Tancredi Brezzi, a processo per avere fornito l’arma del delitto. Brezzi ha dichiarato di non sapere nulla del piano per l’omicidio e di avere consegnato il fucile a pompa – l’unico dei due fucili usati dal commando che sparerà – per timore nei confronti di Gurgone e del socio Cavalieri, che più di una volta avevano minacciato Brezzi e la sua famiglia e anche usato violenza sull’uomo. In particolare Gurgone, che in un occasione avrebbe malmenato con delle assi Brezzi, si contraddistingueva per i toni minacciosi con cui si rivolgeva a Brezzi, e non solo, e per le azioni intimidatorie (incendi e spari ai mezzi dei concorrenti) condotte dai suoi uomini.

Brezzi, infine, si dice testimone dell’ordine di Gurgone a Lauretta, Mattiolo e Fagone, prima della partenza: “Sapete quello che dovete fare, chiunque altro ci sia deve fare la stessa fine” e delle ammissioni, il mattino seguente, di Gurgone: “Me l’hanno chiesto i calabresi, ho eseguito” e di Cavalieri: “Quando si tratta di affari, non si guarda in faccia nessuno”.

Chiamato a ricordare la giornata del 20 gennaio 2010 Ezio Marcoli, padre della vittima, che ha anche riferito della situazione economica delle imprese di famiglia e dell’intenzione di Gurgone di impossessarsi della cava e della Mecs, entrambe molto importanti dal punto di vista economico, soprattutto in vista dell’expo 2015. La fiera di Milano sarà infatti un evento che determinerà l’estrazione di 50 milioni di metri cubi di terra, il cui smaltimento non può che fare gola ai cavatori del territorio circostante, e significherà appalti, tanti e importanti appalti, per la cui partecipazione sono necessarie le certificazioni SOA, possedute dalla Mecs.

Durante l’interrogatorio sono emersi però altri fatti: dai rapporti lavorativi di Marcoli con personaggi sospetti, “in odore di mafia” – come avrebbe riferito al geometra Marcoli, Sergio Sigismondi, uno dei collaboratori più fidati dei Marcoli, prima del passaggio alla “barricata nemica”, quella di Gurgone – , alla presenza di 100 mila metri cubi di rifiuti inquinanti, anche pericolosi, nella cava, mascherati da molte bolle false; una vicenda lasciata però in sospeso, poiché oggetto di un indagine a carico, tra gli altri, di Ezio Marcoli.

In seguito è stato ascoltato l’uomo che, insieme al padre di Ettore, arrivò per primo sul luogo del delitto, Mauro Ruaro, al tempo dipendente della Romentino Inerti. L’uomo, visibilmente provato, si è più volte contraddetto,fino a essere messo profondamente in crisi dall’argomento rifiuti e bolle false. Si è poi discusso delle minacce di Gurgone nei confronti dello stesso Ruaro e delle chiamate mute, circa una decina, ricevute dall’uomo nei mesi successivi all’omicidio.

Il Maresciallo Attale ha poi riferito il metodo d’indagine seguito dalla Guardia di Finanza, focalizzatasi sull’analisi dei movimenti finanziari sui conti correnti personali e aziendali dei famigliari della vittima e dei principali colleghi, tra cui l’imputato, giudicati normali dalle Fiamme Gialle.

Il  Capitano Balbo del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Novara ha invece ripercorso le indagini svolte dai Carabinieri e spiegato i mezzi usati. Dalla ricerca di qualcuno che avesse un “conto in sospeso” sono emersi tre nomi, di cui due dipendenti di Marcoli, creditori di somme esigue, ma le indagini sul loro conto hanno dato esito negativo. Il capitano ha spiegato che il movente potrebbe essere stato piuttosto quello già ipotizzato dal signor Marcoli e cioè l’acquisizione delle SOA e della cava, non più fruttifera nell’estrazione, ma, di conseguenza, dall’elevato valore come luogo di stoccaggio di terreni leciti e illeciti. Importanti sono stati le analisi dei tabulati telefonici, delle intercettazioni telefoniche e ambientali e delle intercettazioni dei traffici di cella, che ha permesso, risalendo ai ripetitori cui i telefoni erano collegati, di ricostruire i movimenti dei protagonisti dell’omicidio.

Questo aspetto è stato approfondito dal Luogotenente De Bernardinis, che ha evidenziato i movimenti, telefonici e fisici, a dir poco sospetti, non solo di Gurgone e Fagone, ma anche degli imprenditori Penta e Martinelli, i quali avevano fissato con Marcoli un appuntamento la sera dell’omicidio, a cui partecipò solo Martinelli, che si allontanò dalla cava pochissimi minuti prima degli spari.

Da queste poche (e sono solo le prime) testimonianze si capisce quanto complicati siano gli innumerevoli retroscena dell’omicidio: mille sfaccettature e dettagli che messi insieme fanno apparire evidente, se non scontata, l’esistenza di qualcosa di molto più, che va oltre gli interessi di due sole imprese.

Oggi, dopo quello che ci hanno raccontato le diverse operazioni come Crimine,/Infinito (Lombardia), Minotauro (Piemonte), Maglio (Alessandria) e Maglio 3 (Liguria) e tutto quello che sta accadendo sul nostro territorio non possiamo più permetterci di vedere “casi singoli” o “isolati” ma abbiamo l’obbligo di mettere insieme, collegare per capire.

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