Mafie al nord, corruzione ed ecomafie

Si è tenuto venerdì mattina il primo dei due incontri formativi, promossi dall’Osservatorio provinciale sulle mafie di Libera Novara e da Avviso Pubblico, rivolto ai funzionari e agli amministratori della PA.
Un centinaio, tra politici e tecnici delle amministrazioni del novarese, hanno preso parte al corso, tenutosi nell’auditorium della Banca Popolare di Novara.

Poco dopo le 9:00 è il coordinatore di Libera Novara, Domenico Rossi, a fare le presentazioni e ad introdurre il seminario: “Non possiamo più permetterci di essere analfabeti su questi temi. Il costo sociale di questa impreparazione è oggi troppo alto”. Un costo dovuto spesso a una politica che non è pronta come testimoniano le parole dei politici piemontesi e lombardi pochi mesi prima delle grandi inchieste che hanno travolto il nord. Sergio Chiamparino, all’indomani della pubblicazione della relazione antimafia redatta dalla commissione parlamentare  presieduta da Francesco Forgione (2006-2008), la quale affrontava per la prima volta il tema del radicamento ‘ndranghetista in Piemonte dichiarò: “Mi sento diffamato come amministratore pubblico e come cittadino e credo che tutti i torinesi provino lo stesso sentimento”.
“La descrizione che emerge da questa relazione dell’Antimafia -disse Antonio Saitta, presidente della  Provincia- e’ gravissima e danneggia l’immagine della pubblica amministrazione”.

“Voglio approfondire – Mercedes Bresso -, capire bene il dettaglio delle denunce per verificare quanto c’è di vero e quanto fa parte della verità o di una ricostruzione, non dico fantasiosa, ma poco legata con la realtà”. E molto semplicemente, per il sindaco Moratti la mafia a Milano non esisteva.

Questo panorama di inconsapevolezza, solo pochi mesi prima dei 184 imputati nel processo Minotauro e dei trecento arresti di Crimine e Infinito, ben rende l’idea del costo sociale ed economico che una amministrazione politica si deve attribuire nel caso in cui non abbia la capacità di formarsi e di tutelare la città autonomamente.

Tra i relatori della mattinata, tutti di grandissimo rilievo, spicca la sostituzione del vicepresidente di Avviso Pubblico Roberto Montà, da parte di un altro rappresentante dell’associazione, la sindaca di Corsico Maria Ferrucci.
E’ proprio quest’ultima, a seguito dei saluti istituzionali del sindaco di Novara Andrea Ballarè, ad aprire le analisi, soffermandosi sulla necessità di costruire maggiori reti sociali e professionali per favorire un efficace interscambio di buone prassi amministrative. Lo propone da sindaco, ma sollecita con forza questa necessità come cittadina.
Oggi non esistono altre strade percorribili: “se loro (le mafie, ndr) sono organizzate, noi non possiamo essere da meno” afferma il sindaco Ferrucci.
Per dire basta agli isolamenti, che provocano paure e collusioni, agli eroismi e ai protagonismi, le pubbliche amministrazioni devono imparare dagli esempi virtuosi messi in luce dalla società civile e “retificarsi”, condividendo dati, segnalazioni, strumenti. L’ingente database di informazioni in possesso delle amministrazioni non solo deve essere condiviso, ma deve diventare lo strumento principale di opposizione al radicamento delle organizzazioni criminali.

 

Più nel tecnico scendono le relazioni successive, la prima delle quali è di Rocco Sciarrone, docente di sociologia presso l’Università di Torino, che analizza per mezzo degli studi effettuati la fenomenologia dell’espansione mafiosa sul territorio italiano.
Il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, ci tiene a ribadirlo spesso: “l’espansione è la caratteristica principale, quanto intrinseca, delle mafie; queste non sarebbero tali se non fossero dinamiche nel inseguire i flussi economici e le relazioni affaristiche”.
Dello stesso parere è il professor Sciarrone che, ripercorrendo fatti storici e incrociandoli con le caratteristiche morfologiche delle organizzazioni mafiose, rende alla platea un quadro estremamente chiaro della capacità pervasiva delle mafie.
Le zone d’insediamento criminale non sono tutte uguali, né sotto un profilo sociale, né sotto un’appetibilità economica. Occorre quindi riconoscere gli anticorpi efficaci di un dato territorio, che rendono ostile il terreno per la colonizzazione mafiosa, così da potenziarli e renderli esportabili.

Antonio Pergolizzi, curatore della relazione annuale “Ecomafia” di Legambiente e in questi giorni ospite delle scuole novaresi (http://novara.liberapiemonte.it/?p=2070), racconta degli studi e delle analisi che stanno dietro alla redazione del documento da lui curato.
19,3 miliardi di euro l’ammontare dell’insieme degli introiti prodotti dalla vastissima quantità e tipologia di reati ambientali di cui il nostro paese si macchia, ma non si responsabilizza. 8 miliardi solo quelli di “Rifiuti Spa”, come ci tengono a chiamare il settore del traffico illecito di rifiuti (dal 2001 l’unico reato ambientale penalmente riconosciuto).

Marco Arnone, giovane presidente del CeMaFir, chiude la mattinata di formazione con tutt’altro stile. Aiutandosi con grafici statistici di macroeconomia, prodotti dal suo centro di ricerca, si addentra  nella difficile analisi che concerne la relazione tra corruzione e costi sociali e politici annessi. Quanto ci costa la corruzione? Tanto. Troppo rispetto a quello che il nostro paese oggi può permettersi.
La corruzione costa molto di più dei famosi 60 miliardi di euro stimati dalla corte dei conti.
Ci costa in termini di competizione e credibilità internazionale. Ci costa cara, in quanto mina alle fondamenta delle nostre strutture democratiche, alterandone la dialettica e “modificandone il genoma”.
“I paesi con il minor tasso di corruzione sono quelli con un maggior livello di istruzione popolare”, afferma il professor Arnone. “I paesi maggiormente corrotti sono quelli che possiedono un minor numero di donne tra le funzioni dirigenziali del paese, e l’elenco dei costi sociali potrebbe continuare.”
Per mantenere un’efficienza solida del nostro apparato statale, maggiormente importante se consideriamo il difficile momento di crisi globale, occorre riportare all’ordine politico l’esigenza di una seria lotta al fenomeno corruttivo.

Erano presenti all’evento formativo anche i membri del team esecutivo del progetto di Libera Novara “L10 Novara” (http://l10novara.liberapiemonte.it).
I ragazzi, che la piattaforma politica la scrissero e la animarono nel pre e post campagna elettorale, erano in sala pronti per verificare la reale credibilità delle promesse fatte dai soggetti politici allora intervistati.
Erano molti quelli che nei mesi primaverili del 2011 si ergevano sostenitori di un percorso di formazione per la pubblica amministrazione.
Il punto 2 del decalogo venne sottoscritto da tutti gli intervistati, di tutte le appartenenze politiche.

Il team di L10 Novara, forte del fatto che in campagna elettorale ancora poco o nulla si sapeva delle imminenti operazioni antimafia (“Minotauro” e “Maglio”, giugno 2011), che portarono agli arresti di decine di politici piemontesi, i quali per malafede o per ignoranza del fenomeno avevano più volte stretto rapporti elettorali e professionali con soggetti collegati alla criminalità organizzata, si aspettava una partecipazione della politica novarese pari o superiore a quella registrata nelle fasi preliminari delle interviste.
Aspettative, manco a dirlo, in parte deluse. La percentuali di politici (e non solo del Comune di Novara) presenti era significativamente più bassa rispetto a quella dei “tecnici”. Giudizio ulteriormente aggravato dalle circostanze del tutto favorevoli alla partecipazione, come la gratuità dell’evento o la sua collocazione in pieno orario di servizio.

Confidiamo nel fatto che la partecipazione politica si innalzi e diversifichi (il tema trattato dovrebbe interessare trasversalmente) in vista del secondo appuntamento, fissato per venerdì 3 febbraio.

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