Ville e appartamenti sottratti alla mafia Inghiottiti nella giungla della burocrazia

TORINO – Stucchi bianchi e l’insegna del negozio “La vie en rose” tra le sterpaglie. L’edificio in corso Novara 9 ha un aspetto kitsch e decadente, immagine dei fasti di gruppi criminali caduti in disgrazia. È stato confiscato alla fine degli anni Novanta a Rocco Arcuri, ritenuto appartenente all’associazione di Rocco Lo Presti, il boss della ‘ndrangheta a Bardonecchia, ed è uno dei tanti beni in attesa di essere riutilizzati: nel 2007 è stato destinato al ministero dell’Interno, ma un’ipoteca lo blocca. “Buona parte dei beni confiscati in Piemonte sono gravati da ipoteche oppure sono occupati. Altri sono in pessime condizioni”, spiega Francesca Rispoli, responsabile della segreteria regionale di Libera, associazione antimafia. Eppure sono ottimi strumenti per le forze dell’ordine e per la società civile.

Gli esempi non mancano. Nella regione ci sono 141 immobili e aziende confiscati, a cui si aggiunge una villa a San Giusto Canavese, tolta definitivamente il 9 novembre scorso a un narcotrafficante. Spesso case e magazzini sono riassegnati alle forze dell’ordine o ai vigili del fuoco, come la cascina di Volpiano, confiscata nel 1991 a due fratelli dediti a rapine ed estorsioni, diventata nel 1998 la caserma dei volontari. In altri casi istituzioni e le associazioni li prendono in consegna. A Bardonecchia, prima “colonia” della ‘ndrangheta in Piemonte, gli alloggi di Francesco Salvatore Mazzaferro, boss dell’omonima ‘ndrina, sono un albergo sociale gestito dal Comune e dall’Agesci. Altri beni sono stati consegnati ai gruppi aderenti a Libera, che partecipa al tavolo di concertazione con Comune e Prefettura. Tra questi ci sono il Gruppo Abele e Acmos, gestori della cascina a San Sebastiano Po intitolata al procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso dalla ‘ndrangheta il 26 giugno 1983. L’edificio era di Salvatore Belfiore, fratello di Domenico, mandante dell’omicidio. Ora è un centro per l’educazione alla legalità, alla sostenibilità e al consumo responsabile con attività per scuole e servizi per disabili. Nel terreno circostante si coltivano ortaggi ed erbe aromatiche, ma si allevano anche animali e si produce il miele a marchio “Libera Terra” (solo nel 2010 ne sono stati prodotti 25 quintali). Il ricavato delle vendite va poi a sostegno dei progetti, creando un circolo virtuoso.

Però, a differenza di Veneto e Lombardia, in Piemonte il 39,2% degli immobili non è riutilizzato, stando al rapporto della Corte dei Conti sulla gestione dei beni confiscati nel 2008-2009. I tempi di destinazione e consegna sono troppo alti, dice l’analisi di Marina Marchiaro, laureata alla Cattolica di Milano con una tesi sui casi piemontesi: “Il primo problema è trovare la documentazione sull’origine del bene e sulla titolarità. Poi bisogna aspettare la confisca della Cassazione”. Un altro problema è – appunto – quello delle ipoteche: “I Comuni più piccoli non possono fronteggiarle e quindi rinunciano”. Di mezzo ci si mettono anche gli ex proprietari: “Si vendicano, come è successo alla Cascina Caccia. I Belfiore, prima di lasciarla, hanno sradicato i termosifoni e mandato in cortocircuito il sistema elettrico”. E non è un caso isolato.

Nel labirinto del Minotauro. E cosa sarà in futuro dei beni sequestrati con l’operazione Minotauro del giugno scorso? La strada per la confisca e la consegna è ancora lunga, ma finora circa il 90% dei decreti ha passato il vaglio del tribunale delle libertà. Dopo le 63 misure preventive a 70 persone, circa 50 di loro hanno fatto ricorso, ma quasi tutte le scelte dei pm sono state confermate. Sono stati così sottratti agli indagati 500 immobili, 60 auto e 350 conti correnti e polizze, tra cui 35 quote d’azienda. Le forze di polizia hanno stimato un valore totale di circa 115 milioni di euro tolti alla ‘ndrangheta, ma bisogna aspettare le confische definitive. Intanto va evidenziata l’efficacia delle “misure di prevenzione”. Il giudice per le indagini preliminari Silvia Salvadori durante gli interrogatori ha notato che “quasi tutti gli arrestati si preoccupavano e chiedevano conto e ragione non tanto della loro cattura e del fatto di essere finiti in prigione, quanto del fatto che fossero state loro sequestrate case, ville, macchine e aziende”, ha detto il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Antonio Patrono nell’audizione alla Commissione parlamentare del 21 giugno. I malavitosi mettono in conto il carcere come conseguenza delle loro attività, ma vorrebbero salvaguardare i guadagni e il prestigio.

Tuttavia un giorno questo patrimonio potrebbe tornare nelle loro mani. Il nuovo codice antimafia ha posto un limite di 30 mesi tra sequestro e confisca (18 mesi più due eventuali proroghe da sei): “Il rischio è che i beni tornino ai soggetti cui sono stati sottratti, vanificando così il lavoro svolto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura”, sostiene l’Osservatorio di Libera Piemonte. Non solo. Come spiega Alberto Perduca, procuratore aggiunto di Torino che coordina il gruppo anti-riciclaggio, confiscare beni e destinarli a istituzioni o ad associazioni “vuol dire sottrarre il potere economico e indebolire i gruppi criminali, ma ci sono anche degli aspetti simbolici. Ridestinare un bene è un aiuto alla collettività e un segnale di presenza alla società civile”. Contro il limite temporale Perduca sostiene che forze di polizia e magistrati debbano coordinarsi e specializzarsi: “Gli accertamenti patrimoniali devono essere più solidi, così che le difese non possano contrastarli e i giudici possano decidere rapidamente”.

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