La storia di Ettore Marcoli in un libro sulla ‘ndrangheta in Lombardia

MILANO. Nella libreria coop di fronte all’Università Statale di Milano Ilaria d’Amico presenta il libro La quinta mafia della giovane giornalista Marta Chiavari. Un libro inchiesta che lega le diverse indagini della magistratura lombarda con l’occhio che guarda all’uomo del nord, quell’uomo che avrebbe dovuto avere chissà quali anticorpi culturali al pensiero e al metodo mafioso e che, invece, si adatta e riproduce fedelmente prassi erroneamente ritenute esclusive delle regioni del sud.

Durante la presentazione, grazie alla presenza del GIP Giuseppe Gennari del Tribunale di Milano e del giornalista de Il fatto quotidiano Mario Portanova si riprendono gli elementi cardine di quello che è un vero e proprio radicamento sul territorio e delle cause che lo hanno promosso, a cominciare dalla scarsa memoria di politici e istituzioni, il cono d’ombra denunciato in maniera inequivocabile dal procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone. Il Nord non è più, da anni, terra di riciclaggio di denaro o di spaccio di stupefacenti: vede interi territori controllati da gruppi mafiosi al pari di molte zone delle regioni a tradizionale presenza mafiosa. Interi settori economici in mano alla ‘ndrangheta; in particolare: il movimento terra e il ciclo dei rifiuti. Ed è in questo contesto che l’autrice riporta la storia dell’omicidio di Ettore Marcoli, di come, ormai, il modello mafioso venga adottato anche da chi affiliato non è, ma tenta di replicare modalità e forme di controllo di settori dell’economia.

E’ l’autrice a raccontare la storia dell’omicidio di Ettore Marcoli in un capitolo intitolato “Per dignità, si muore”, dove racconta di come il giovane imprenditore sia stato ucciso perché si opponeva al progetto di controllo della sua azienda da parte di Francesco Gurgone (attualmente a processo come mandante dell’omicidio). Ed è l’autrice a chiamare Susanna Pulici, moglie di Ettore Marcoli, al tavolo dei relatori per darle la parola. Susanna parla con coraggio dell’omertà che ha coperto per mesi l’accaduto e di come si possa e si debba andare avanti per amore del piccolo Lorenzo, a cui hanno sottratto il padre all’età di appena sei mesi.

Per dignità si può morire, certo, ma per amore e con dignità possiamo restare vivi.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *