Gladiatori da giardinetti

La prima volta non si scorda mai. E davvero sarà difficile dimenticare la prima (per chi scrive) partecipazione al consiglio comunale di Novara. Quando arriviamo sono le nove e dieci circa, e l’aula consiliare è semivuota; sui banchi riservati agli spettatori un foglio ricorda l’ordine del giorno: 6 punti, dei quali solo il primo sembrerebbe annunciare un dibattito acceso.
Venti minuti più tardi, il presidente di consiglio dà inizio ai lavori.
Si comincia dunque dalla delibera di soppressione della commissione edilizia, ed è subito battaglia: dalla minoranza si sollevano infinite polemiche, per ognuna delle quali è pronta la replica dai banchi della maggioranza, e non mancano certo momenti di intenso stupore (e di ilarità, ammettiamolo), quando i consiglieri del PDL e della Lega Nord fanno notare che sul sito del sindaco appare, a loro dire inopportunamente (ma non sono questi i toni che abbiamo potuto ascoltare in aula, con mio personale disappunto), lo stemma della città di Novara. Che per giunta è stato scambiato con quello di Oleggio. Putiferio!
Ci guardiamo perplessi, la delibera è approvata con 12 voti a favore, 7 astenuti e 3 contrari, e arriviamo fino alle 13, quando la seduta è sospesa per la pausa pranzo. Quattro ore per approdare a un voto che tutti davano per scontato! E pensare che è la quarta volta che il consiglio si riunisce per discutere su questa delibera.

Alle 14.30, riprende il dibattito: i punti 2 e 3 passano abbastanza velocemente, ma è proprio sulla mozione che non ti aspetti che succede l’impensabile: la realizzazione di uno “sgambatoio” per cani diventa il pretesto per insinuare sospetti sulle motivazioni di tale proposta (il luogo prescelto sarebbe infatti noto per essere frequentato da una comunità di sudamericani). Tra repliche e polemiche il dibattito si porta via altre due ore!
La seduta viene persino sospesa per dieci minuti quando un uomo tra il pubblico si rifiuta di togliere il cappello, su invito del presidente del consiglio (lo esige il regolamento, art. 65, comma 2). Siamo esterrefatti.
L’ultimo punto (riduzione delle indennità corrisposte ai consiglieri e alla giunta) riesce a mettere d’accordo tutti, uniti nello scagliarsi contro il “gladiatore” Zacchero, che ha presentato l’iniziativa: mozione respinta con la quasi totale unanimità, sono le 20, si va a casa. Indimenticabile.

Ma cosa ci portiamo a casa dopo quasi 11 ore di consiglio comunale?
Cosa ci fa Libera in quell’aula? Non è facile dare una risposta. Certo è che la nostra presenza è importante per un motivo semplice: la partecipazione.
Chi siede tra quei banchi infatti, al di là dello schieramento politico, sa di dover dar conto delle proprie azioni ai cittadini elettori, specialmente in una dimensione ristretta come quella comunale; e proprio per fare in modo che questa consapevolezza non svanisca, che la politica non si distanzi sempre di più dai bisogni e dalle vicende dei singoli cittadini (cosa che si sta verificando in Parlamento, dove è difficile per tutti arrivare con i propri mezzi), è necessario che essi stessi si prendano cura di partecipare al consiglio comunale.
La nostra presenza ricorda che con il voto noi non deleghiamo: noi chiamiamo a nostra rappresentanza. Con la nostra presenza ricordiamo che noi non siamo distanti dalla politica, ma ne siamo parte, come è giusto che sia.
Ricordiamo che la prima cosa che un consigliere è chiamato a fare, è sentirsi carico di responsabilità, e non di un potere. Che le sorti della città non devono essere decise dagli interessi di pochi, ma nel riguardo dei bisogni di tutti.
Solo per mezzo della partecipazione alle vicende politiche possiamo ribadire che la politica stessa è una questione non di pochi, ma di molti. Anzi, di ognuno.
Come dire che la responsabilità genera la responsabilità.

Luca Zanetta

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