Mafie al nord: si è conclusa la due giorni di formazione a Torino

Venerdì 7 e Sabato 8 ottobre, i referenti di tutti i territori di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie si sono ritrovati alla Fabbrica delle e in corso Trapani a Torino per un seminario di studio dal titolo “Mafie al nord: dall’infiltrazione al radicamento. Limiti-analisi-prospettive nella lotta alla criminalità economica”.

La due giorni è cominciata con la firma del protocollo di intesa tra Libera e Unioncamere Piemonte, che si impegna a supportare l’attività di mappatura e monitoraggio dei beni confiscati alle mafie sul territorio piemontese, con particolare riferimento alla gestione dei beni produttivi ed aziendali; la messa a disposizione di informazioni e studi economico-statistici e l’accesso alle proprie banche dati; la promozione e diffusione dei prodotti a marchio “Libera Terra”.

Il momento formativo, al quale hanno partecipato 500 persone e 45 relatori, è stato ricco di interventi autorevoli e di momenti di confronto e ha dato ai partecipanti la possibilità di fare il punto in maniera chiara sulla situazione delle mafie al nord e sui limiti delle strategie di contrasto che si stanno mettendo in campo dal punto di vista politico e culturale.

Ogni intervento ha messo in evidenza un aspetto che letto insieme con gli altri ha permesso di ricostruire un quadro complessivo davvero preoccupante. Una preoccupazione bene descritta da don Luigi Ciotti che nell’intervento introduttivo della due giorni ha messo in evidenza come a una democrazia debole (la nostra secondo il presidente di Libera è “pallida”) corrisponda una mafia più forte.

Una lettura che ha ben sintetizzato quanto emerso dai diversi interventi che si sono succeduti nelle due giornate di formazione.

Gli interventi del primo giorno sono stati dedicati soprattutto all’analisi delle criticità dell’attuale normativa per la lotta alle mafie e, in particolare, quelle del nuovo “Codice antimafia” considerato da tutti insufficiente se non addirittura “un passo indietro” nella lotta alle mafie.

La seconda giornata, invece, è stata dedicata al tema delle mafie al nord. Ha introdotto i lavori il prof. Nando Dalla Chiesa, che ha sottolineato come il problema sia determinato almeno da tre fattori: presenza mafiosa, mutismo istituzionale e omertà diffusa. A questi tre fattori ne va aggiunto un altro, il cosiddetto “cono d’ombra” (già denunciato dal procuratore Pignatone) di cui hanno goduto le mafie al nord, preoccupato a relegare il problema della sicurezza a rom e migranti.

Un altro aspetto messo in luce dal professore è la tendenza delle mafie a radicarsi soprattutto nei piccoli contesti, dove è più facile riuscire a controllare il territorio e dove si gode di una bassissima, se non nulla, attenzione da parte dei media e dell’opinione pubblica. E’ solo in un secondo momento che si punta alle città e al riciclaggio nei grandi centri.

Secondo il procuratore aggiunto Antonio Ingroia stiamo assistendo a una mafiosizzazione della società e a una civilizzazione delle mafie. Mentre prima alcuni valori e comportamenti erano ritenuti tipici di alcuni gruppi e di alcune zone geografiche oggi li ritroviamo come assunti da parti della società di ogni ordine e grado e di tutte le parti d’Italia, mentre la mafia sta passando sempre di più il controllo alla propria componente borghese. Questa dinamica porta a non percepire più come “altro da sé” la mafia e il suo mondo valoriale, con la conseguenza, pertanto di non diventare un tutt’uno con essa.

E’ dalla dott.ssa Canepa, della Direzione Nazionale Antimafia, che arrivano altri stimoli fondamentali per il dibattito. In primo luogo il magistrato ha sottolineato come non ci siano dubbi, oramai, sul radicamento delle mafie al nord, in particolare della ‘ndrangheta, e di come non si possa lasciare il compito del contrasto alle forze dell’ordine, in quanto esse non possono che arrivare dopo. Bisogna diventare capaci di leggere quelli che i magistrati chiamano “reati spia” (si pensi a incendi, danneggiamenti a mezzi) che molto spesso, se ben interpretati, ci dicono di che cosa sta accadendo in un determinato territorio.

Da segnalare la presenza di diversi amministratori locali: Lucrezia Ricchiuti (vicesindaco di Desio), Marta Vincenzi (sindaco di Genova), Piero Fassino e Giuliano Pisapia. I loro interventi hanno dimostrato ancora una volta quanto siano importanti da un lato i paradigmi culturali con i quali si interpretano le mafie e dall’altro le convinzioni personali di chi riveste incarichi politici sul fenomeno mafioso, in quanto sono esse a guidare le azioni che mettiamo in campo. Emblematica, da questo punto di vista, è stata la differenza tra gli interventi di Fassino e Pisapia. Il primo parte dal presupposto che Torino non abbia grandi problemi relativi alla criminalità organizzata (nonostante quanto accertato dall’operazione Minotauro), mentre il sindaco di Milano denuncia con forza il radicamento delle mafie all’interno della sua città e nell’hinterland e, conseguentemente, ha elencato una serie di azioni e provvedimenti che la sua giunta metterà in campo per fronteggiare il fenomeno.

Non ci resta che ricordare le parole che il figlio di Pio Latorre, Franco, ha pronunciato in assemblea durante l’apertura del seminario: “Se la politica non si occuperà della mafia, sarà la mafia a occuparsi di lei”.

Ha chiuso il seminario don Luigi Ciotti, che nel tentare di fare la sintesi di quanto emerso ha denunciato come “ormai non sia più possibile parlare di infiltrazione, ma di forte radicamento delle mafie nelle nostre realtà” e di come sia necessario invertire la rotta, soprattutto a livello politico. Ha  richiamato, inoltre, riprendendo l’intervento dell’economista Marco Vitale, la necessità che gli industriali e le associazioni di categoria scendano in campo in maniera radicale nella lotta alle mafie.

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