Delitto Marcoli: arrestato Pino Lauretta

Sono andati a prenderlo ieri alle 16 all’aeroporto di Fiumicino gli uomini del Reparto operativo dei carabinieri di Novara: il presunto killer di Ettore Marcoli è rientrato in Italia.

Giuseppe «Pino» Lauretta, 42 anni, autotrasportatore da mesi trasferitosi all’estero, è stato estradato da Malta. A nulla sono valsi i ricorsi contro la procedura di rimpatrio, respinti dall’autorità giudiziaria maltese. Giovedì si è svolta un’altra udienza davanti al tribunale dell’isola per definire alcuni reati minori commessi durante la sua permanenza, poi è arrivato il via libera.

Dal carcere di Civitavecchia, dove è stato detenuto nelle prime ore, sarà condotto nella sede di assegnazione definitiva, la casa circondariale di Cuneo. Lì, all’inizio della prossima settimana, si terrà l’interrogatorio di garanzia, per rogatoria.

Difeso dall’avvocato Fabio Santopietro, Lauretta, in un’intervista a «La Stampa» pochi giorni dopo l’arresto dei complici, ha professato la sua innocenza: «Non conoscevo Marcoli e non l’ho ucciso io. Dimostrerò la mia estraneità ai fatti».

Per gli investigatori, coordinati dal procuratore Francesco Saluzzo e dal sostituto Ciro Caramore, non vi sono invece dubbi: è stato il trecatese, la sera del 20 gennaio 2010, ad impugnare un fucile a canne sovrapposte ed entrare nell’ufficio dell’imprenditore Marcoli per sparargli. Se ne era anche vantato quella stessa sera durante una cena a Cilavegna assieme ai compagni di quella missione punitiva: «Il primo colpo non l’ha preso, il secondo l’ha centrato in faccia».

La ricostruzione dei fatti è stata possibile sia in base alle dichiarazioni dei coindagati sia di quanto raccontato da un «testimone esterno» che ha avuto modo di assistere alla fasi preparatorie del delitto, e di partecipare anche a quella cena. Si tratta di un imprenditore che dopo oltre un anno di silenzio ha deciso di svuotare il sacco dopo il suo arresto per una lite in famiglia.

Sull’omicidio il cerchio è dunque chiuso. Oltre a Lauretta sono in carcere Francesco Gurgone, imprenditore di 24 anni, di Cameri, ritenuto la «mente», colui che voleva dare una lezione alla vittima e che voleva conquistare la sua cava e subentrare nei suoi affari; Tancredi Brezzi, 55 anni, che ha fornito le armi ai membri del commando omicida. E poi Vincenzo Fagone, 30 anni, il «palo» che era rimasto sulla porta degli uffici di Romentino, e Andrea Mattiolo, 31 anni, che era alla guida dell’Alfa con cui tutti erano scappati dopo aver svolto quello che hanno definito un «lavoro pulito», senza testimoni. Proprio ieri Mattiolo è stato convocato in Procura per un interrogatorio, ma si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Il suo legale, l’avvocato Francesca De Nicola: «Il mio assistito non ha nulla da aggiungere. E’ umanamente provato da un mese e mezzo di isolamento». Tutti gli arrestati, infatti, non hanno alcun tipo di contatto con l’esterno: i difensori hanno annunciato istanze per mutare questa situazione ritenuta non più rispondente ad esigenze di indagine. L’unico ad essere tornato in libertà è l’imprenditore Giuseppe Martinelli, accusato di «concorso anomalo» per una telefonata sospetta fatta a Gurgone la sera del delitto.

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