“Martinelli torni libero”

Giuseppe Martinelli, 55 anni, imprenditore del settore asfalti arrestato il 16 marzo per concorso «anomalo» nell’omicidio del collega Ettore Marcoli tornerà in libertà. Il tribunale del Riesame, ieri, ha accolto il ricorso presentato lunedì dai suoi legali annullando così l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Novara.

L’uomo era in carcere a Vercelli; ora farà ritorno a casa. Non sono ancora note le motivazioni della decisione, ma evidentemente per i giudici torinesi non sussistono i «gravi indizi di colpevolezza» sostenuti dalla Procura di Novara. Difeso dall’avvocato Renzo Inghilleri, Martinelli inizialmente era indagato per favoreggiamento e secondo l’accusa avrebbe agevolato l’uccisione di Marcoli con una telefonata sospetta al mandante del delitto, Francesco Gurgone, il 20 gennaio 2010 pochi minuti prima dell’arrivo del «commando» formato da Vincenzo Fagone, Andrea Mattiolo e Giuseppe «Pino» Lauretta, ancora a Malta in attesa di estradizione. Una telefonata che, nell’impostazione accusatoria, sarebbe stata il segnale, il via libera, per gli assassini.

L’avvocato Inghilleri commenta: «Le indagini continueranno ma il risultato ottenuto è estremamente significativo. La posizione e il ruolo del mio assistito risultano fortemente ridimensionati, tant’è che è tornato in libertà senza alcuna misura restrittiva. Si rafforza pertanto la convinzione maturata fin dall’inizio e da lui sostenuta, quella della sua innocenza».

La Procura di Novara, ovviamente, potrà fare ricorso in Cassazione.

Tra tutte, la posizione più delicata tra gli arrestati per l’omicidio Marcoli era proprio quella di Martinelli. Del resto, alla conferenza stampa del 18 marzo, lo stesso procuratore Francesco Saluzzo non si era sbilanciato più di tanto: «Il suo ruolo è da valutare con attenzione e potrebbe essere ulteriormente arricchito».

Ultima persona ad aver visto vivo Ettore Marcoli, secondo gli investigatori sarebbe stato Martinelli a chiamare Gurgone (una delle cinque telefonate di quel 20 gennaio tra i due) confermandogli che la vittima si trovava nel proprio ufficio, da sola. L’imprenditore si è detto estraneo ai fatti, anche se, sentito in Procura poco prima degli arresti, di ritorno da un lavoro in Romania, aveva ammesso che la sera del delitto poteva esserci «una stangatina», più che altro un’azione di «spavento» ai danni di Marcoli. Sulla famosa telefonata fatta al mandante dopo l’appuntamento con il collega alla cava di Romentino, ha invece detto: «Non mi venne in mente che potesse essere rilevante. Non ricollegai Gurgone al delitto».

Ricorso respinto, invece, per Vincenzo Fagone, autista romentinese che avrebbe fatto parte della spedizione punitiva alla cava della «Romentino Inerti» e, armato, sarebbe rimasto sulla porta degli uffici attendendo che Lauretta salisse al piano superiore per sparare. L’uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere e non ha mai chiarito la sua posizione. Contro di lui, difeso dall’avvocato Simona Vivaldi, ci sono le dichiarazioni degli altri indagati e di un «super testimone».

E ieri ha chiesto la scarcerazione anche Andrea Mattiolo, di Vespolate, il trentenne che era alla guida dell’Alfa Romeo vista fuggire dalla cava pochi istanti dopo gli spari: il tribunale si è riservato. Per Trancredi Brezzi, l’uomo che avrebbe fornito le armi al gruppo criminale, il Riesame è stato fissato il 12 aprile.
E’ stata invece respinta l’analoga richiesta avanzata per l’autista Fagone di Romentino

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