Marcoli, da operai a killer in cambio di 15 mila euro


L’ imprenditore novarese Ettore Marcoli è stato ucciso in cambio di 45 mila euro. Quindicimila per ciascuno dei tre sicari che, il 20 gennaio 2010, lo avevano raggiunto alla cava di famiglia a Romentino, per poi sparargli con un fucile. Questa sarebbe la somma promessa dal presunto mandante Francesco Gurgone, 24 anni, camerese alla guida di un’impresa nel settore della movimentazione terra e dei rifiuti, ai tre collaboratori-dipendenti che quella sera alle 19, dopo un incontro preparatorio nel pomeriggio a Vespolate, si sono recati in via Torre Mandelli: sono Giuseppe Lauretta, indicato come l’esecutore materiale e ancora oggi latitante, Vincenzo Fagone e Andrea Mattiolo.

Una somma promessa e peraltro mai consegnata (o almeno la circostanza non risulta dalle carte processuali) che, però, è riportata nel capo di imputazione contestato dalla Procura alla banda.

Sono alcuni dei nuovi, e inquietanti, particolari che emergono dalle testimonianze raccolte dagli investigatori nell’ultimo periodo e dai provvedimenti della magistratura. Nell’ordinanza di custodia cautelare ha un ruolo fondamentale la «collaborazione» di un «testimone esterno», presente alle fasi di preparazione dell’omicidio e anche a una cena successiva al delitto, a Cilavegna, dove il mandante avrebbe avuto conferma: «Sì, è stato ucciso». «Un lavoro pulito?», era stato chiesto ai sicari. «Non ha visto nessuno, abbiamo solo paura di essere stati ripresi dalle telecamere della ditta Salerno».

Nell’ufficio Marcoli, il 20 gennaio 2010 intorno alle 19, oltre a Ettore non c’era nessuno. Una fortuna, nel dramma della tragedia, perché l’ordine impartito dall’alto era chiaro: «Non devono esserci testimoni. Se Marcoli non è solo devono essere eliminati tutti quelli che sono con lui, non devono restare tracce». In quell’istante, il padre della vittima, Ezio, e un collaboratore dell’impresa, erano in una palazzina vicina. Poteva essere una carneficina.

Il testimone esterno già in passato aveva cercato di contattare l’imprenditore Giuseppe Martinelli, uno degli arrestati, per dirgli di scrivere una lettera anonima agli inquirenti, per raccontare cosa sapevano. Non era mai stato fatto: lo scorso 11 marzo, dopo la sua deposizione in Procura, ha detto: «Mi sono tolto un peso». Il ruolo di Martinelli non è invece chiaro: l’uomo sarebbe stato presente all’incontro preparatorio di Vespolate, a casa di Tancredi Brezzi, il fornitore di armi. Ed era sul luogo del delitto pochi minuti prima dell’arrivo degli assassini, dove ha fatto una telefonata a Gurgone, la quarta di quel giorno. I contorni dell’intera vicenda fanno rabbrividire. «I calabresi mi hanno avvisato che devono castigare Ettore», avrebbe detto Gurgone a Martinelli il pomeriggio del delitto a casa Brezzi. La cava Marcoli stava diventando ambita come luogo di conferimento di rifiuti illeciti da parte di ditte gestite da calabresi. Lo stesso Gurgone pare volesse farne una discarica di rifiuti. Su questi aspetti le indagini non si sono fermate. Lo stesso capobanda, che ha chiesto un incontro con il pm Ciro Caramore, ha annunciato: «Ho molte cose da dire». Il povero Marcoli, all’ingresso del killer con il fucile, avrebbe avuto solo il tempo di lanciare un’imprecazione di stupore. Lauretta l’avrebbe raccontato quella sera a cena, ai compagni, mettendo in evidenza che «il primo colpo non l’ha preso, il secondo l’ha centrato in faccia».
L’ORDINE DEL MANDANTE «Ettore deve essere castigatoSe non è solo eliminate tutti: non vanno lasciati testimoni»

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