“Hanno agito da mafiosi E chi sapeva è stato zitto”

Ci siamo trovati di fronte a un muro di omertà difficile da abbattere: è stata questa la sorpresa più grande in un’inchiesta particolarmente difficile». Così il procuratore capo di Novara Francesco Saluzzo, che ha coordinato il lavoro dei carabinieri con i sostituti Ciro Caramore e Nicola Serianni, ha commentato la conclusione delle indagini sull’omicidio di Ettore Marcoli. Oltre un anno d’inchiesta. Perché è durata così tanto? «Hanno pesato l’ambiente e l’omertà delle persone. All’inizio pensavamo che qualcuno, con il tempo, ci potesse dire qualcosa di utile. Avevo anche lanciato un messaggio: “Chi sa, parli”, e invece nulla. Nessuno si è fatto avanti, nessuno ha voluto collaborare. Eppure molti erano dietro le quinte, potevano sapere qualcosa, almeno sul movente». Sono stati 14 mesi di lavoro ininterrotto? «Come ho già detto in altre occasioni, e anche a diverse autorità locali che manifestavano la loro preoccupazione: per l’omicidio Marcoli non si è smesso un solo giorno di indagare, di fare qualche atto, di ascoltare persone. I miei colleghi, e il personale di tute le forze dell’ordine novaresi, dai carabinieri che hanno eseguito gli arresti alla polizia, la Finanza, la Forestale, hanno lavorato su più fronti e con tutte le forze disponibili. Anche perché si sono aperte molte piste investigative e tanti scenari diversi, alcuni dei quali ancora da approfondire». mentale l’hanno avuto le intercettazioni telefoniche. Un lavoro massiccio e estenuante. Un anno e due mesi di intercettazioni, senza interruzioni. A questo vanno aggiunti tutti gli altri rilievi tecnici compiuti dai carabinieri, sulle celle agganciate dai cellulari delle persone coinvolte, sui contatti tra loro».

E la svolta? «Il cerchio si è stretto nell’ultimo periodo. Finalmente qualcuno ha reso delle dichiarazioni ad un carabiniere e questo, unito a un po’ di intelligenza e fiuto investigativo, ha consentito di mettere assieme i tasselli». All’inizio si era accostato l’omicidio a infiltrazioni della malavita. Alla luce dell’epilogo, sono da ridimensionare queste considerazioni? «Qualcuno che ha detto: “Possiamo tirare un sospiro di sollievo”. Io non sarei così ottimista. La cosa è maturata sì in un ambiente imprenditoriale con protagonisti di basso livello, in grado però di ottenere appalti e subappalti in qualunque modo. Questa imprenditoria ha steso la sua rete sul territorio e agiva con metodi “paramafiosi”, come abbiamo scritto nella nostra richiesta di custodia cautelare. Avevano creato un sistema di intimidazioni e non hanno esitato e mettere in pratica un’azione sproporzionata rispetto alle loro pretese pur di raggiungere gli obiettivi. Questo è preoccupante». Contro Marcoli c’erano già stati altri segnali, o minacce, prima del delitto? «Sono stati riferiti degli episodi di minacce precedenti al 20 gennaio 2010». [M. BEN.]

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