Operazione Venenum: quattro arresti anche nel novarese per traffico di rifiuti

Ci sono anche quattro novaresi tra i quindici arresti che la squadra mobile di Milano, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, ha effettuato il 27 febbraio scorso. Le persone arrestate sono accusate a vario titolo di smaltimento illecito di rifiuti, gestione non autorizzata e intestazione fittizia di beni. Nonostante il coinvolgimento della Dda, l’aggravante mafiosa non è stata contestata, ma i magistrati hanno preannunciato futuri sviluppi del caso.

All’origine delle indagini c’è il rogo di un deposito illegale di rifiuti in via Chiasserini, nel quartiere Bovisasca di Milano, che nell’ottobre 2018 aveva reso irrespirabile per diversi giorni l’aria del capoluogo lombardo, con grandi preoccupazioni anche per la salute pubblica. I valori della diossina nell’aria, infatti, avevano raggiunto livelli ventidue volte superiori alla soglia di guardia.

I resti del capannone sventrato e le montagne di rifiuti bruciati – circa 16mila metri cubi di rifiuti plastici – sono ancora oggi visibili a tutti i pendolari in arrivo e in partenza dalla stazione Centrale. Pochi giorni prima dell’incendio, il luogo era stato oggetto di un’ispezione della Polizia locale di Milano.

Oltre al caso del deposito di via Chiasserini, gli inquirenti hanno identificato altri siti di stoccaggio illegali. Si tratta di diversi capannoni situati nel nord-est Italia: a Fossalta di Piave, a Meleti, nel veronese e nel lodigiano. Al loro interno numerose ecoballe riportanti la sigla 0191212, indicante la loro provenienza dalle provincie di Napoli e Salerno e destinate a siti per rifiuti speciali o a termovalorizzatori.

Tra gli arrestati, c’è il novarese Aldo Bosina, nato ad Arona e residente a Cureggio, che è considerato dagli inquirenti l’uomo di punta della società Ipb Italia srl – affittuaria del sito della Bovisasca – seppur in maniera occulta. A causa di alcuni precedenti con la giustizia nei primi anni duemila, Bosina avrebbe intestato l’azienda al figlio Bryan, di ventiquattro anni, che avrebbe agito, secondo i magistrati, da prestanome consapevole.

Nell’inchiesta è coinvolto un altro novarese, Mauro Zonca (geometra originario di Borgo Ticino) sarebbe stato l’amministratore della società sino al giorno prima del rogo della Bovisasca, quando è stato sostituito da Patrizia Geronimi, amica di Bosina e altra probabile prestanome. Tra i nomi novaresi coinvolti risultano anche Giuliano Galletti di Cureggio e Hachem Abderrazak di Borgomanero.

Accanto agli arresti, gli inquirenti hanno provveduto al sequestro di diverse società e di circa un milione di euro dai conti dell’Ipb Italia srl. È ancora ignota invece l’identità degli esecutori materiali dell’incendio doloso.

La titolare dell’inchiesta, Alessandra Dolci, ha denunciato il silenzio generale intorno alla vicenda – e a tutte le vicende simili che si sono verificate in Lombardia – con i testimoni troppo intimiditi per confermare di fronte ai magistrati quanto dichiarato in un primo momento alle forze dell’ordine. Gli stessi concetti che ha ribadito venerdì 1 marzo a Novara, durante un incontro pubblico organizzato, nell’ambito dei 100 passi verso il 21 marzo, dall’Associazione La Torre-Mattarella.

Al netto dell’indagine in questione, i roghi di rifiuti in Lombardia sono diventati un evento frequente negli ultimi anni. Nel 2018 si sono registrati oltre una ventina di casi, localizzati soprattutto nell’hinterland milanese e nel pavese. Si tratta molto spesso di depositi abusivi, utilizzati per smaltire a basso costo rifiuti industriali e gestiti da imprenditori spesso collegati ad associazioni mafiose.

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