Voto di scambio, il punto sulla riforma ora alla Camera

160 favorevoli, 98 contrari, 7 astenuti: maggioranza e opposizione compatte sul voto che sancisce il passaggio alla Camera della modifica dell’articolo del codice penale che punisce il voto di scambio politico-mafioso, il 416-ter.

La proposta a prima firma dell’Onorevole Mario MIchele Giarrusso (M5S) interviene sulla norma già riformata nel 2014 in seguito alla campagna dei braccialetti bianchi di Riparte il Futuro e agli appelli di Libera, Avviso Pubblico e Legambiente, Cgil, Cisl e Uil. È infatti anche grazie alle spinte della società civile che con l’approvazione della legge 62 del 17 aprile del 2014 è giunto al termine un iter cominciato più di un anno prima.

La riforma del 2014 ha apportato diversi correttivi alla previgente disciplina introdotta nel codice penale nel 1992:

Il grande vulnus della normativa di inizio anni Novanta era rappresentato dal riferimento alla sola erogazione di denaro, insufficiente a colpire questa particolare ipotesi delittuosa. La ventiquattrore piena di mazzette non è la contropartita preferita dai politici che comprano voti ai mafiosi, poiché possono più comodamente offrire appalti, incarichi, atti legislativi o amministrativi favorevoli o altra utilità: questa la locuzione di derivazione giurisprudenziale richiesta a gran voce da cittadini, organizzazioni ed esperti di diritto.

La modifica è diventata poi l’occasione per un restyling complessivo dell’articolo: il compimento del reato è stato anticipato alla formulazione delle reciproche promesse di procurare voti da una parte e di corrispondere denaro o diversa utilità dall’altra; contemporaneamente sono state diminuite le pene, prima in linea con quelle previste dall’articolo 416-bis. Un ulteriore intervento legislativo ha innalzato l’anno successivo la cornice edittale, portando il minimo di pena da quattro a sei anni e il massimo da dieci a dodici.
È stata inoltre data una struttura bilaterale al reato, che ora punisce anche la condotta di chi promette il procacciamento di voti, in passato imputabile unicamente per 416-bis ove ne ricorressero i presupposti.

Nei passaggi intermedi tra le camere tra il 2013 e il 2014 sono comparsi due elementi presenti nella proposta in discussione in questi giorni: l’articolo licenziato una prima volta dal Senato infatti conteneva riferimenti a «qualunque altra utilità» e la «disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione», poi eliminati per rendere meno vaga e generica la disposizione e per evitare complicate interferenze tra la disciplina del voto di scambio e quella del concorso esterno in associazione mafiosa, fattispecie nella quale pare ancora controversa l’inclusione della condotta di chi si mette genericamente a disposizione del sodalizio mafioso.

A propugnare in quel dibattito parlamentare la conservazione di tali specificazioni erano proprio i deputati del Movimento 5 Stelle, promotori oggi del nuovo intervento normativo. Non a caso tra gli emendamenti presentati in Commissione al Senato ce n’era uno dell’onorevole Giarrusso per molti versi simile all’odierna proposta: «Chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell’articolo 416-bis in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di qualunque altra utilità ovvero in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione è punito con la stessa pena stabilita nel primo comma dell’articolo 416-bis».

Tutto torna, eccezione fatta per la modifica di maggior peso che il nuovo disegno di legge si propone di apportare, consistente nello spostamento del perno della fattispecie dalle modalità di cui all’articolo 416-bis alla caratterizzazione soggettiva di chi promette voti, la cui appartenenza all’associazione mafiosa deve essere nota a chi accetta la promessa. Nel 2014 a chiedere questo cambiamento era Forza Italia, promotrice di alcuni emendamenti bocciati alla Camera.

Al di là del dibattito politico il più importante banco di prova della legge 62 del 2014 è stato quello dei giudici, a partire dalla sentenza numero 36382 del 28 agosto 2014 (sentenza Antinoro), con cui la Corte di Cassazione ha adottato un primo controverso orientamento: secondo gli ermellini «le modalità di procacciamento dei voti debbono costituire oggetto del patto di scambio politico-mafioso, in funzione dell’esigenza che il candidato possa contare sul concreto dispiegamento del potere di intimidazione proprio del sodalizio mafioso e che quest’ultimo si impegni a farvi ricorso, ove necessario». In poche parole politico e mafioso devono mettersi d’accordo non solo sul procacciamento dei voti ma anche sulle modalità mafiose del procacciamento stesso, un’interpretazione che rischia di vanificare il 416-ter riformato, apparendo improbabile se non irrealistico che i soggetti interessati pattuiscano il modo con cui il mafioso debba intimidire e assoggettare gli elettori.

È proprio sulla scorta di questa applicazione che si è fatta strada la nuova proposta sponsorizzata dal Movimento 5 Stelle. Il ddl Giarrusso dichiara infatti necessario «un drastico intervento correttivo che riscriva in­tegralmente l’articolo 416-ter», la cui ultima formulazione comporta il serio rischio di rendere penalmente irrilevante il semplice patto (che non si soffermi espressamente sulle modalità) tra politico e mafioso. Non solo: costituisce elemento di critica anche la riduzione delle pene rispetto al reato di associazione mafiosa, con il conseguente venir meno del «collegamento ontologico/sistematico tra le due fattispecie criminali» che ha caratterizzato l’introduzione dell’art. 416-ter nel codice penale nel 1992.

La relazione introduttiva al disegno di legge omette tuttavia qualsiasi riferimento alle successive sentenze della Cassazione, in occasione delle quali la Suprema corte si assesta su un’interpretazione che valorizza in modo significativo la qualità dei soggetti stipulanti, ritenendo superflua l’esplicita pattuizione del metodo in presenza di un appartenente alla consorteria mafiosa, bastando la caratura criminale di tale soggetto a ritenere presenti le modalità dell’articolo 416-bis. Di fronte a questo orientamento più volte adottato e sempre più perfezionato dalla Corte la soluzione della sentenza Antinoro appare più come un incidente di percorso nell’assestamento interpretativo della norma che come un’alternativa consolidata.

Nel caso di patto con un esterno alla cosca che applichi il metodo mafioso, con un intermediario della cosca stessa o con un mafioso che agisca individualmente (nella sentenza 41801 del 2015 la Cassazione si occupa di un soggetto a lungo appartenente a un gruppo mafioso ormai decimato dalle operazioni di polizia e quindi sprovvisto di effettive capacità di intimidazione e sopraffazione) la Corte richiede invece un impianto probatorio più consistente e comprendente le modalità del procacciamento: i soggetti contraenti dovranno intendersi su come i voti saranno effettivamente estorti o comunque imposti. Il riferimento alle modalità mafiose rende perciò la norma potenzialmente applicabile a soggetti estranei al sodalizio criminale, ma sembra che la giurisprudenza si stia assestando su una posizione che gradua la specificità del patto e quindi la consapevolezza del politico di violare l’articolo 416-ter c.p. in base alla natura e alla posizione del suo interlocutore. Se la nuova formulazione verrà confermata dalla Camera si avrà un importante effetto restrittivo, in quanto sarà completamente esclusa l’applicabilità del 416-ter in caso di accordo con soggetti non appartenenti a un’organizzazione mafiosa, a prescindere dal riferimento al metodo mafioso; in queste ipotesi si ricadrà nel reato di corruzione elettorale, disciplinato dall’art. 96 del d.p.r. 361 del 1957. A tal proposito la nuova formulazione pone un ulteriore interrogativo: se per il politico è esplicitamente prevista la possibilità di usufruire di un intermediario, che effetto avrebbe l’utilizzo da parte del mafioso di un tramite esterno al gruppo criminale?

Nella sentenza del 2015 sopra richiamata la Cassazione ci tiene oltretutto a precisare che l’esplicito riferimento alle modalità mafiose costituisce «una novità linguistica nel tenore della norma di minimo contenuto» rispetto alla formulazione originaria del 1992, come a dire che la vera novità risiede nella locuzione “altra utilità”, non contestata dal Legislatore attuale.

Fare riferimento all’appartenenza all’associazione mafiosa nota all’interlocutore politico costituirebbe al contrario un cambiamento potenzialmente molto più incisivo. Per dimostrare l’organicità a una cosca di chi promette voti forse non sarà necessaria una condanna per 416-bis passata in giudicato, come adombrato in sede consultiva dalla Commissione affari costituzionali, ma potrebbe essere sufficiente una valutazione incidentale all’interno del processo per 416-ter); tuttavia è facile credere che su questo requisito si giocheranno tanti processi. Questo varrà ancora di più sulla notorietà dell’appartenenza agli occhi del promissario, considerando che la prima difesa di molti politici accusati di voto di scambio si fonda proprio sull’inconsapevolezza dello status dell’interlocutore: «Non sapevo che fosse la ‘ndrangheta», «E io mica sapevo che quelli erano dei mafiosi! Io sapevo che era stato organizzato un incontro con alcuni amici calabresi che mi avrebbero potuto aiutare per le elezioni». Già oggi il dolo del politico viene valutato anche in base alla consapevolezza di chi ha di fronte, ma una formulazione così netta potrebbe comportare un irrigidimento di questo requisito, oltre che una probabile oscillazione giurisprudenziale.

Tutta l’evoluzione giurisprudenziale appena richiamata non è considerata dal promotore della modifica, ma è al contrario analizzata nel dossier predisposto dal Servizio studi del Senato, il quale menziona le riserve della Commissione affari costituzionali non solo rispetto all’eventuale necessità di una condanna definitiva per sostenere l’appartenenza all’associazione mafiosa, ma anche riguardo alla rinnovata parificazione delle pene con il 416-bis: il dubbio è se sia ragionevole (e quindi tollerabile dal nostro ordinamento) punire allo stesso modo il mafioso e il politico che con lui venga a patti; la tentazione è quella di rispondere affermativamente, ma non vanno dimenticati gli equilibri anche tecnicamente necessari all’interno del nostro sistema penale.

Un’ulteriore possibile criticità è rappresentata dall’estensione dell’oggetto dello scambio, che oltre al denaro e ad altra utilità può consistere nella «disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione»: qui il problema potrebbe essere l’estrema vaghezza della locuzione, che potrebbe anche portare a un giudizio di incostituzionalità per violazione del principio di determinatezza; parole come disponibilità, interessi ed esigenze possono infatti assumere molteplici significati, senza che ci sia un criterio sufficientemente preciso per distinguere quelli leciti da quelli illeciti.

La proposta Giarrusso introduce infine due nuovi commi all’articolo 416-ter. Il terzo comma stabilisce che se «colui che ha accettato la promessa di voti, a seguito dell’accordo di cui al primo comma, è risultato eletto nella relativa consultazione elettorale, si applica la pena prevista dal primo comma dell’articolo 416-bis aumentata della metà»: come si dimostra il nesso causale tra il voto di scambio e l’elezione? Che i voti mafiosi sono stati determinanti?
Il nuovo quarto comma introduce invece l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Il nuovo articolo 416-ter è passato al Senato in un dibattito politico sicuramente molto meno animato rispetto a quattro anni fa. Le critiche più nette, in linea con le criticità riportate sopra, sono giunte dal relatore della riforma del 2014, Davide Mattiello. Pur trattandosi di un ex deputato Pd, partito oggi all’opposizione, non si può non prendere in considerazione come autorevole il parere di chi, come abbiamo già visto, ha discusso allora gran parte delle modifiche oggi riproposte. Allo stesso modo è difficile non condividere le sue perplessità in merito alla mancata costituzione della Commissione Antimafia: perché non suscita lo stesso senso d’urgenza della riforma del 416-ter?

Non va infine dimenticato il largo coinvolgimento della società civile, oltre alla consultazione di esperti nelle apposite commissioni, in occasione della riforma del 2014. Tutto questo sembra oggi un lontano ricordo, tanto che non sono mancati i commenti dei protagonisti extraparlamentari della legge 62 come Libera, Avviso Pubblico, Cgil e Riparte il Futuro, unanimi nel richiedere un ritorno in Commissione della proposta per un confronto più approfondito e allargato del testo.

L’augurio è che questi appelli, finora inascoltati, siano presi in considerazione in occasione del passaggio del disegno di legge alla Camera.

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