L’ombra della ‘ndrangheta dietro l’omicidio del reporter slovacco

Il 26 febbraio scorso è stato ucciso il ventisettenne Jan Kuciak, giornalista slovacco che stava indagando su alcune frodi fiscali legate alle attività dell’imprenditore Marian Kocner, un edile su cui già un anno fa si era posata l’attenzione degli investigatori e collegato al ministro delle attività immobiliari Ladislav Bartenak, anch’esso indagato. Il giovane reporter è stato ritrovato accanto al corpo della sua compagna Martina Kusnirova, entrambi senza vita, nella sua casa a Velka Macva, vicino Bratislava. Il 1 marzo sono stati fermati con l’accusa di omicidio sette soggetti, tutti provenienti dalla Calabria: Antonino Vadalà, Bruno Vadalà, Sebastiano Vadalà, Diego Roda, Antonio Roda, Pietro Catroppa e Piero Catroppa, residenti a Michalovce e Trebisov. Tre degli arrestati erano al centro dell’inchiesta svolta da Kuciak, secondo cui i soggetti in questione avevano rapporti con la ‘ndrangheta e gestivano cospicue somme provenienti dai fondi comunitari. Elemento di spicco è Antonio Vadalà, un 42enne di Melito Porto Salvo, già condannato in patria a 1 anno e 6 mesi per aver favorito la latitanza del boss Domenico Ventura: secondo l’inchiesta,  la sua attività in Slovacchia si concentra su un progetto per la produzione di energia da biomasse, per un valore di 70 milioni di euro, per cui sviluppa una partnership con Maria Troskova, funzionaria del ministero dell’economia, nonché consigliera capo del premier slovacco Robert Fico, che si è dimessa il 28 febbraio. Questo scandalo ha aperto un vero e proprio caso corruzione, in uno dei Paesi più all’avanguardia tra quelli del Visegràd e giá membro UE e NATO, mai ammonito da Ong per violazioni dei valori costitutivi dei trattati europei e dello Stato di diritto, al punto che il Presidente della Repubblica Andrej Kiska ha proposto il voto anticipato in modo simbolico (poiché è una funzione che non rientra nei suoi poteri), entrando in conflitto politico con il premier, che assicura <<una dura e pronta reazione a questo attentato alla libertà di stampa e informazione, in nome della democrazia>>. L’inchiesta cominciata da Kuciak per la testata Aktuality.sk verrà ora portata avanti da alcuni suoi colleghi.

Amaro il commento del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, rilasciato sulle pagine del Fatto Quotidiano, per cui è <<arrivato il momento di riconoscere senza tentennamenti che questa evoluta forma di globalismo criminale (di cui la ’ndrangheta è la plastica espressione) ha ormai prodotto i suoi effetti provocando un adeguamento del mondo globalizzato alle realtà criminali locali più forti>>. La capacità espansiva e di radicamento (non semplice infiltrazione) del crimine organizzato, calabrese ma non solo, è all’opera nell’Est Europa già da molti anni e la ‘ndrangheta riesce a sfruttare <<violenza e affari, azioni eclatanti e strategie sommerse, controllo del territorio e grandi investimenti>> soprattutto grazie all’ingente disponibilità di capitale liquido.

Nicola Gratteri, Procuratore di Catanzaro, delinea una cornice piuttosto semplice entro cui prosperano gli affari criminali:  <<non è difficile per la ‘ndrangheta drenare soldi pubblici all’estero. Soprattutto nell’est europeo dove tendenzialmente c’è un grado di permeabilità enorme e dove è molto più facile corrompere o penetrare una pubblica amministrazione. Mediamente c’è un livello di corruttela molto più alto che in Italia. La ‘ndrangheta corrompe e ricicla i soldi del traffico di cocaina. Sul piano penale si rischia pochissimo. Una truffa alla Comunità europea è molto redditizia perché ci sono milioni e milioni di euro disponibili e il pericolo di essere processati è minimo perché i reati si prescrivono facilmente ed è difficilissimo andare in carcere. Anche quando si è condannati la pena è molto bassa. È conveniente commettere quei reati considerando i lauti guadagni che si hanno dalle frodi comunitarie>>.

Secondo il procuratore facente funzioni di Reggio Calabria, Gaetano Paci, erano state inviate preventivamente delle informazioni utili sui soggetti calabresi arrestati (e rilasciati il 3 marzo), ma il responsabile della polizia Tibor Gaspar ha respinto questa notizia. Il dato certo è che gli stati europei devono cooperare nel contrasto al crimine organizzato, condividendo informazioni e strategie: la legislazione italiana può essere considerata insufficiente, ma fa tuttora scuola soprattutto laddove la parola mafia è ancora taboo.

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