Un caffè con Tiberio Bentivoglio

Proponiamo l’intervista fatta a Tiberio Bentivoglio, imprenditore e testimone di giustizia, in occasione della presentazione del suo libro Colpito. La vera storia di Tiberio Bentivoglio a Novara.

Il libro che racconta la tua storia comincia con una provocazione: “Colpito. Dalla ‘ndrangheta o dallo stato?”. Perchè? 
Più che una provocazione è uno stato di fatto, sto rischiando di perdere la casa, la serenità ed il lavoro: lo Stato è molto lento, le leggi che sono state fatte a favore di chi denuncia sono farraginose e i ritardi provocati dalla burocrazia provocano avvilimento e delusione. Non si può aspettare tre o quattro anni per ricevere un aiuto che per legge spetta a chi è stato vessato dalle mafie.
Non solo, è stato difficile anche trovare un avvocato quando volevo costituirmi parte civile contro i mafiosi.

Che cosa ti ha spinto a denunciare? Quali valori hanno pesato sulle tue scelte?
Denunciare è un atto di democrazia, pagare il pizzo invece è come
sottoscrivere con la ‘ndrangheta un mutuo a tasso crescente e senza
scadenza. Chi paga il pizzo non è degno di guardare in faccia i propri figli. Mettersi a disposizione delle mafie significa diventare loro complice.

Come è nato il progetto “Reggio Libera Reggio”? A che punto è?
Innanzitutto è una campagna antiracket: da qui si è formato un cartello di imprese, singoli professionisti, associazioni, cooperative e consumatori critici che svolgono la loro attività a Reggio Calabria e provincia con l’obiettivo di definire una strategia che possa comprendere concrete iniziative di contrasto alle attività della ‘ndrangheta ed in modo particolare alla piaga del racket.
E’ nato dall’ascolto di altre storie simili alla mia e non ci potevamo
fermare a questo: si doveva fare qualcosa a sostegno delle vittime. All’inizio eravamo solo tre imprenditori, poi siamo diventati più numerosi. Oggi, dopo 7 anni siamo diventati circa 60, contiamo di arrivare ad un centinaio entro 6 mesi. L’iniziativa vuole anche sollecitare la società civile a fare acquisti critici, cioè venire nei nostri negozi a comprare e rifiutare i locali della mafia. Chi dice di stare dalla nostra parte deve dimostrarlo con i fatti: è finito il tempo delle parole vuote ed inutili, il cambiamento avverrà se tutti noi lo vogliamo e ci adoperiamo per esso.

Nel tuo lungo percorso di denuncia, commenti nel libro, ti sei spesso sentito solo: come hai affrontato i momenti di sconforto? 
Non solo sconforto ma tanta disperazione. Mi ha aiutato tanto la famiglia ed alcuni amici fidati, poi ho conosciuto Libera.

Che ruolo ha avuto Libera nel tuo percorso?
Determinante. Solo Libera ha risposto alla mia richiesta di aiuto e si è messa accanto a me. Sono onorato di farne parte e per me rappresenta una seconda famiglia.

Oggi lavori in un bene confiscato, un punto di luce per la città: credi possa essere di stimolo alla denuncia per altre vittime di racket?
Si. Ma lo Stato ci deve aiutare concretamente. Sarebbe meraviglioso se tutti noi che abbiamo denunciato potessimo avere diritto ad un bene confiscato. Non siamo imprenditori normali: noi abbiamo scelto la trincea e da questa prima linea continuiamo a combattere fino alla morte. Noi chiediamo di farci vincere per poter convincere i nostri colleghi a non pagare più il pizzo.

La società civile ti è stata vicino in questi 25 anni?
Una buona parte si, ma vi è ancora tanta resistenza e tanti hanno ancora paura di farsi vedere nel mio negozio.

L’incontro con gli studenti del liceo scientifico di Novara ti ha fatto raggiungere ben 1 milione di ragazzi incontrati nelle scuole: quanto è importante questa tua attività di testimonianza e di
formazione? Tra gli argomenti che tratti, su quali i ragazzi reagiscono di più? 
Sono stati tanti i ragazzi con cui ho parlato in questi ultimi 10 anni, sono contentissimo di incontrarne sempre di più, perché solo con la forza dei giovani possiamo sperare di poter cambiare questo mondo. Tutti gli argomenti trattati stimolano i ragazzi, l’importante è, comunicare con parole semplici, facendo esempi e raccontando storie vissute. I ragazzi hanno la necessità di incontrare direttamente chi dalle mafie è stato davvero colpito e soprattutto chi ha perso un loro caro. Sono numerosi i familiari delle vittime innocenti che il 21 marzo di ogni anno incontriamo e abbracciamo e sono loro che in primis dovrebbero parlare ai ragazzi e rappresentare loro il grande dolore che si prova quando ti viene a mancare un caro.
Dico sempre ai ragazzi di non essere spettatori della loro vita, devono
necessariamente diventare attori della propria esistenza. I ragazzi devono sempre reclamare i propri diritti, ma sempre nel rispetto della democrazia e delle regole.

Durante la conferenza hai incoraggiato i presenti all’impegno attivo con queste parole <<La storia la possiamo scrivere noi>>. Il 22 dicembre si aprirà il quarto processo scaturito dalle tue denunce: che cosa vorresti scrivere a questo punto della tua storia? 
Chi fa il proprio dovere non deve temere mai e nulla.

La rete di Libera si impegnerà a scriverla con te, caro Tiberio.

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