«Dalla Procura suggestioni forti, ma contano i fatti»: per i difensori dei Di Giovanni mancano le prove

«La mafia esiste, ma se tutto finisce per esserlo niente lo è più»: queste le parole usate dall’avvocato Alessandro Brustia, difensore di Ignazio Di Giovanni, classe ’83 e figlio di Pino, per sostenere la fallacia delle accuse mosse contro l’assistito. «Nel corso del processo è stato evocato continuamente un convitato di pietra, la mafia, ma neanche la Procura crede che sia questo il caso: altrimenti ci troveremmo a Torino (dove la DDA assorbe la competenza per i processi di mafia)  e non a Novara». Secondo Brustia contro il proprio assistito «non c’è niente, nessuna prova» e l’accusa ha creato una «cortina fumogena» proprio per coprire le tante lacune probatorie. Brustia ha poi descritto Ignazio Di Giovanni come un uomo pacifico ed estraneo a qualsiasi attività illecita: «Quella del Pm è una ricostruzione che, a partire da un cognome maledetto e scomodissimo, vuole attribuire ruoli e condotte dove non ci sono».

Quello della mancanza di prove è stato il leitmotive di tutte le arringhe difensive, che hanno cercato in primis di demolire l’attendibilità di alcuni testimoni chiave, in particolare le vittime che hanno deciso di denunciare e l’ex compagna dell’altro Ignazio Di Giovanni a processo (classe ’76) e conseguentemente di dimostrare la precarietà dell’impianto accusatorio. A questa comune strategia difensiva gli avvocati hanno affiancato l’analisi dettagliata dei diversi capi d’accusa, contrastandoli anche in punta di diritto con ricostruzioni teoriche e giurisprudenziali favorevoli alla propria tesi.

Lo scontro tra le parti si fa quindi sempre più acceso, ma è evidente che, al di là delle reciproche accuse, il Tribunale dovrà decidere sulla base della legge. In gioco ci sono le singole posizioni degli imputati, ma non solo. Quella che dalle difese viene definita una “fumogena” generalizzazione a un unicum, la famiglia Di Giovanni, delle non provate responsabilità individuali, per la pubblica accusa costituisce il collante che tiene insieme quella «solidarietà familiare» immersa in un «contesto para mafioso» al centro della requisitoria del Pm Ciro Caramore. Probabilmente il banco di prova giuridico di questo più ampio scontro sarà il riconoscimento o meno, da parte della Corte, dell’associazione a delinquere.

Intanto è fissata per il 26 aprile la probabile penultima udienza di questo procedimento ordinario; dopo le ultime arringhe e l’eventuale replica del Pm verrà fissata con ogni probabilità un’ultima udienza dedicata alle eventuali controrepliche difensive e, ovviamente, alla camera di consiglio.

 

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