25 anni di “imbarazzato silenzio”. La storia di Demetrio Quattrone

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Tra il 1985 e il 1991 la Calabria è teatro della cosiddetta “seconda guerra di ‘ndrangheta”, amaro palco in cui perdono la vita oltre 700 persone, di cui è epicentro il capoluogo Reggio.
Il culmine di questo conflitto civile sembra essere raggiunto il 9 agosto 1991, con l’omicidio eccellente del giudice Antonino Scopelliti, e – si saprà solo in seguito – la pace raggiunta tra clan rivali, siglata nel “patto federativo”, atto ad arrestare una violenza brutale, che solo nei primi mesi di quell’anno costa la vita a oltre 200 persone.
Ma quella tregua non è immediata, e porta con sé altre tragedie. Vite spezzate a causa di giochi di potere tra clan, ancora indipendenti l’uno dall’altro, che si contendono il territorio a suon di colpi di fucili a canne mozze e che, affamati di appalti, inquinano l’economia calabrese.

Demetrio Quattrone è un Ispettore del Lavoro di 42 anni cui spetta il controllo delle attività edilizie nei cantieri e che viene chiamato proprio a svolgere alcune perizie per conto della Procura di Palmi che sta indagando su reati mafiosi nella Piana di Gioia Tauro, nel settore del cemento.
Insomma, un perito esperto, competente, onesto, uno di quelli che il suo mestiere lo sa fare bene: uno di quei professionisti che meno ce ne sono e meglio è, secondo alcuni.
«In uno scritto rinvenuto tra le carte del professionista e dedicato al ruolo dell’industria delle costruzioni nell’assetto urbanistico, Quattrone analizza con spietata lucidità i guasti di un sistema – quello del boom edilizio a Reggio Calabria – fondato sullo sfruttamento dei “cottimisti”, sull’abuso, sull’assoluto disprezzo di ogni regola. Al centro del sistema “il partito dei palazzinari”, capaci, denunciava Quattrone, di manovrare l’attività dell’ufficio urbanistico del Comune» (da stop ndrangheta.it, documento disponibile per intero qui).
Da questo scritto, risulta chiara la denuncia di un meccanismo collaudato che governa il ciclo del cemento in Calabria e ricorda quella del giornalista siciliano Giuseppe Fava, rivolta ai Cavalieri del Lavoro di Catania.

Demetrio è inoltre cugino di Franco Quattrone, importante esponente della DC, e sono entrambi soci dell’Aurion, una società di consulenza e progettazione, da cui l’ingegnere manifesta più volte l’intenzione di uscire, interrompendo i rapporti. Queste le trame che si intrecciano dietro l’omicidio di Demetrio, che perde la vita la sera del 28 settembre 1991, per mano di sicari ‘ndranghetisti che uccidono anche l’amico medico Nicola Soverino, in quel momento insieme a lui. «Gli investigatori della polizia e dei carabinieri non hanno dubbi: il giovane medico è stato trucidato perché il commando della ‘ ndrangheta non ha voluto lasciare testimoni. l’ingegner Quattrone era impegnato anche nella costruzione di due grossi edifici al rione Arghillà, edifici di proprietà di cooperative edilizie: un attivismo il suo che si è scontrato con gli appetiti delle cosche?»: scrive così Pantaleone Sergi su Repubblica, il giorno dopo l’agguato.
Sono passati ormai 25 anni da allora.

25 anni di “imbarazzato silenzio”. Così lo definiscono le cronache giornalistiche reggine di fine settembre 1991, il silenzio che aleggia attorno al duplice omicidio.
Antonino,  Rosa e Maria Giovanna, i tre figli di Demetrio, non conoscono ancora mandante, movente ed esecutori materiali. Le indagini non portano a nulla. L’assenza di un processo non ha consentito i chiarimenti necessari. L’unico dato certo è che Demetrio e Nicola rappresentano le vittime numero 143 e 144 nel solo hinterland reggino nel 1991.
Il 27 settembre 1991 Cristina Riso scrive sul blog di stop ndrangheta.it: «Quattrone, come tanti altri dimenticati, è vittima due volte. Lo è stato perché bersaglio dei clan e lo è stato ogni giorno, per vent’anni dalla sua morte, ogni qual volta si è tentato di offuscarne il ricordo ed inquinarne la memoria».

Appena conosciuta questa storia, sottolineando le congruenze con gli scritti del giornalista catanese, il presidio di Libera Novara intitolato a Giuseppe Fava del Liceo Scientifico Antonelli, ha invitato Nino Quattrone a scuola, per dedicare alla memoria del padre una conferenza che il 13 maggio scorso ha visto la partecipazione di oltre 400 studenti.
Nino ha potuto raccontare la vita del padre Demetrio, tra valori, virtù e onestà e si è poi lasciato condurre in una chiacchierata informale con i ragazzi, che curiosi hanno interagito con lui. Un momento ricco di emozioni e di semplicità, per cui la rete di Libera Novara ringrazia ancora Nino.
’attuale referente del presidio, Enrico Antonini:

«La conferenza di Antonino Quattrone è stata uno dei momenti più belli e costruttivi per il nostro gruppo», ha commentato Enrico Antonini, attuale referente del presidio dell’Antonelli. «Nella conferenza Nino si è aperto come un libro e ha raccontato tutto: emozioni, paure, pensieri e momenti della sua vita e questo ci ha aiutato a capire come possa vivere il figlio di una vittima di mafia.
Nino è riuscito a trasmetterci le sue emozioni tramite i suoi ricordi e credo abbia raggiunto molte persone con le sue parole. Non dev’essere stato facile vivere quella situazione, ma lui si è fatto forza, con le sue sorelle ha continuato la sua vita seguendo le orme del padre e oggi è un professionista cui guardare come esempio. È  stata un’occasione unica. Grazie Nino
».

Francesco Di Donna

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