Criminalità organizzata in Piemonte, ancora tracce di ‘ndrangheta nel Novarese

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Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza hanno condotto, sotto la direzione della Dda di Torino, l’ennesima operazione contro la ‘ndrangheta nella nostra Regione. I numeri sono importanti: 32 le persone indagate, di cui 15 arrestate, una ai domiciliari e due sottoposte all’obbligo di firma; ben 84 i capi d’accusa ipotizzati, tra cui l’associazione mafiosa, il concorso esterno, il tentato omicidio, l’estorsione e il sequestro di persona.

Le misure, arresti e sequestri, hanno colpito la locale di Santhià, che conduceva le sue attività illecite nelle province di Biella, Vercelli e Novara. È in questa provincia che nel 2010 si è consumato il sequestro lampo di un imprenditore del settore immobiliare, che sarebbe stato trattenuto con la forza a fini estorsivi.

Tra le attività del gruppo criminale rivestivano un ruolo centrale le estorsioni operate nei confronti degli imprenditori, un vero e proprio pizzo corrisposto ai presunti criminali in cambio di “protezione”. Le vittime, da parte loro, hanno sempre negato la loro soggezione alle cosche, denunciando perlopiù singoli atti di danneggiamento e incendi. Una cortina di omertà ha, come spesso accade, ostacolato l’attività investigativa degli inquirenti, che hanno dovuto collegare tra loro episodi apparentemente isolati, i cosiddetti reati spia, che in realtà costituivano tessere di un puzzle più ampio e complesso.

I dati a nostra disposizione, in particolare sui fatti di Novara, sono limitati e bisognerà attenderne di nuovi per un’analisi più approfondita. Intanto però possiamo dare rilievo a due punti da non sottovalutare.

Da una parte sarebbe riconfermata la vulnerabilità del nostro tessuto imprenditoriale nei confronti della criminalità organizzata. Il sequestro in questione sarebbe infatti avvenuto proprio mentre erano in corso le indagini di Borgo Pulito riguardanti il giro di usura attivo negli anni precedenti nei confronti di alcuni imprenditori della zona di Borgo Ticino. Un leitmotiv, quello dell’usura ai danni di imprenditori, che si è successivamente ripresentato nell’inchiesta Bloodsucker, già giunta a condanne “eccellenti” in primo grado.

Il secondo rilevante aspetto concerne i gruppi criminali attivi nel Novarese. Se quest’operazione ha lasciato tracce della locale di Santhià, costituita dalle cosche Albanese, Gullace e Raso, altre operazioni hanno rivelato il collegamento della nostra provincia con nuclei diversi. Il clan di Volpiano, per esempio, è interessato dall’inchiesta San Michele, che vede anche il novarese Giovanni Toro imputato per concorso esterno, ma anche dall’operazione Tutto in Famiglia, che ha coinvolto Pino e Lorenzo Di Giovanni. Si tratta di collegamenti solo personali, ma potenzialmente indicatori degli interessi che si concentrano nel nostro territorio.

Infine non bisogna sottovalutare le risultanze di Crimine-Infinito a proposito della presunta ‘ndrina di Novara a cui sarebbe stato organico Rocco Coluccio, condannato in via definitiva per 416-bis a inizio anno.

Un primo commento è arrivato da Domenico Rossi, ex referente di Libera Novara e attuale vicepresidente della Commissione antimafia regionale: «Dovremmo ricordare a noi stessi che magistratura e forze dell’ordine arrivano “dopo”. Non può che essere così. A tutti noi spetta il compito di arrivare “prima”: con la scuola, la cultura, il lavoro e la buona politica». Per questo, conclude Rossi, «assume ancora maggiore significato la decisione di costituire la Regione Piemonte parte civile nel processo per l’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia».

Per approfondire, leggi la cronaca de La Stampa, articolo del 2 luglio di Federico Genta e Massimiliano Peggio:

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