La DIA a Sizzano a caccia di soldi di ‘ndrangheta

DiaChe cosa ci facevano gli uomini della Direzione Investigativa Antimafia di Torino alle 5.30 del mattino di mercoledì 22 luglio a Sizzano? La risposta è nell’operazione che ha portato all’arresto di un boss calabrese, due imprenditori e un commercialista torinese, già coinvolto in altre indagini e sospettato di aver messo al servizio delle organizzazioni criminali le proprie competenze. L’accusa è quella di riciclaggio aggravato dall’agevolazione all’associazione mafiosa, bancarotta fraudolenta, falso in bilancio, trasferimento fraudolento di valori ed emissione di documentazione per operazioni finanziarie inesistenti. Altre sei persone sono indagate a piede libero e sono state effettuate 30 perquisizioni domiciliari in Piemonte, Lombardia, Liguria, Lazio e Calabria.

Il nome di spicco è quello del boss Francesco Ietto, imprenditore edile già agli arresti domiciliari a San Colombano al Lambro (Milano) per scontare la condanna a 7 anni e 4 mesi per 416-bis rimediata nel processo d’appello di “Crimine”, inchiesta sorella della lombarda “Infinito”. A lui apparterrebbero i beni, del valore totale di 5 milioni di euro, sequestrati dagli inquirenti e accumulati a partire dagli anni ’80 grazie ai sequestri di persona e allo spaccio di droga; poca cosa di fronte ai 2 miliardi finiti al centro di una maxi operazione contro il gioco d’azzardo illecito che lo stesso giorno ha visto come protagonista Ietto.

Ma torniamo a Sizzano, dove la DIA piemontese ha trascorso la mattinata alla ricerca di fatture e altri documenti contabili all’interno della Borgo Service Srl, concessionaria di camion appartenente a Giuseppe “Pino” Di Giovanni, un nome chiave che compare in inchieste novaresi e non solo, ultima in ordine di tempo l’operazione Bloodsucker, che ha portato all’arresto di Pino, suo fratello Francesco e suo figlio Ignazio, accusati di usura ed estorsione. Di Giovanni, non indagato, è menzionato nell’ordinanza del GIP per il suo rapporto con Carmine Verterame, condannato per associazione mafiosa nel processo “Infinito”, e perché «la famiglia Di Giovanni è ritenuta contigua ai clan ‘ndranghetisti Alvaro – Morabito – Mazzaferro e risulta attualmente ben integrata nel contesto imprenditoriale novarese».

È questo doppio rapporto, seppur nel caso specifico non accertato per via giudiziaria, a rappresentare il maggior campanello d’allarme per il nostro territorio: da una parte alcuni tra i clan calabresi più potenti e radicati delle nostre zone, e dall’altra una classe imprenditoriale che più volte si è dimostrata permeabile e omertosa.

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