Doppia serata film per la conclusione dell’anno formativo di Sincronie

SincronieL’associazione Sincronie del coordinamento di Libera Novara conclude il suo anno sociale di formazione con due film d’eccezione : Anime nere (regia Francesco Munzi, 2014) e Belluscone – Una storia siciliana (regia di Franco Maresco, 2014). Entrambi sono stati premiati al David di Donatello italiano.

Il primo film – premiato come miglior lungometraggio – è ambientato tra la brutta Africo nuova marina, e le macerie di Africo vecchia montana, aspromontana (si rileggano le pagine lontane su Africo di Zanotti Bianco e la bellissima inchiesta che gli dedicò nel 1978 Corrado Stajano). Due i luoghi accessori, Olanda e Milano. Tre fratelli: uno che traffica (fino ad Amsterdam), rappresentante bruto del crimine, ed è la ‘ndrangheta; uno che ricicla e investe, a Milano la Milano da bere (nel romanzo, gli anni di Craxi); uno che è rimasto, che sta giù ad Africo vecchia e si illude di mito e pulizia. Il figlio di quest’ultimo, un ragazzo che vive nell’incertezza della sua generazione e di questi anni, e che mitizza sia la rivolta del nuovo che l’eredità del passato, ribelle senza obiettivo che sarà la causa del disastro della famiglia. L’ambiguo equilibrio tra il vecchio e il nuovo è il terreno scivoloso, su cui frana l’intera storia.  Munzi esalta con il piglio del grande autore la contrapposizione tra una ndrangheta arcaica e una ndrangheta post-moderna. Ma di questa contrapposizione resta qualcosa di primitivo e barbarico: la tragedia, il destino, la difficoltà di sfuggire al passato, a ciò di cui l’uomo è fatto, la memoria del male e del risentimento, ma soprattutto la legge del clan – e in tutti i suoi significati – della famiglia.

Il secondo film – premiato come miglior documentario – è la migliore  storia della mafia da Stefano Bontate a Facebook o meglio un trattato di antropologia culturale. Un viaggio circolare e perpetuo tra i gironi infernali della Palermo cross-over. Un’opera ambiziosa che nelle intenzioni del regista palermitano, avrebbe dovuto raccontare il rapporto unico tra Berlusconi e la Sicilia, mettendo insieme una galleria di personaggi in cui spiccano il fedele Marcello Dell’Utri, vari pentiti di mafia e un’infinità di cantanti neomelodici irriducibilmente berlusconiani. Con lo stile ironico, dissacrante e provocatorio del suo autore, il film intreccia il viale del tramonto di Berlusconi, le sorti dello sfortunato Ciccio Mira (impresario palermitano, sostenitore indefesso del Cavaliere e nostalgico della mafia di un tempo) e il destino artistico dello stesso Maresco, che sceglie di eclissarsi, dopo aver capito l’inutilità dell’ennesima battaglia contro i mulini a vento della politica, in un’Italia che nella “cultura” berlusconiana si è a lungo riconosciuta e continua a riconoscersi. Periferie, sudditi e regnanti messi sotto la lente d’ingrandimento di una semplice curiosità, senza traccia di moralismi. Maresco ha restituito il senso di due universi inconciliabili. Quello della Palermo di ieri, legata al silenzio di una mentalità “associativa” in cui la parola Mafia non si pronuncia mai, in cui i carcerati sono “ospiti dello Stato” e a cui non si nega un saluto in diretta tv e quella di oggi, che della Mafia sa poco o nulla, del 23 Maggio del ’92 e del 19 luglio dello stesso anno non ha memoria. Una generazione che balla al suono di canzoni dal titolo profetico: “Vorrei conoscere Berlusconi”, nel sogno di Arcore o di Maria De Filippi.

locandina Anime NereEntrambi i film hanno il merito di raccontare il fenomeno mafioso in maniera diversa. Non si ha un’ ottica progressista o pedagogica, non si abusa dello strumento manicheo della denuncia, qua tutti i buoni e là tutti i cattivi, e per questo non fanno della mafia un mito o piuttosto una realtà su cui intervenire opponendo al suo male (una radice prettamente antropologica ed economica) qualcosa di altrettanto radicale, o quantomeno di credibile. Non ci sono moralismi. Il giudizio degli autori è come sospeso. Sono film che raccontano la modernità e la post-modernità, fuori da ogni illusione di magnifiche sorti, di equità economica, di buon governo sociale. La tensione a cui si assiste è quella di chi prevede l’ineluttabile e ne scruta lo sviluppo senza che nulla possa fermarlo. Un’angoscia che non da via di scampo, ma che allo stesso tempo ci mette in guardia.

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